Archive for the ‘storie’ Category

IL CAPOLAVORO (SACRO) DI UN MANGIAPRETI

L’ultima installazione di Dan Flavin. O di come un quotatissimo artista newyorkese di sinistra e anticlericale decise di lasciare il suo «grande testamento» di luci al neon in una chiesa della periferia di Milano.
Qui il mio articolo su Tempi di questa settimana.

PIPPO MEZZAPESA: COME A CASSANO

Per caso ho scoperto un giovane regista italiano (anzi no pugliese, anzi no barese, anzi no bitontino) di nome Pippo Mezzapesa. È bravissimo e recentemente ha girato un mediometraggio intitolato “Pinuccio Lovero – Sogno di una morte di mezza estate”. È la storia di un uomo che a quarant’anni corona il suo sogno e viene assunto .- a tempo determinato – come custode di un cimitero di provincia. Dopo alcuni mesi, però, nel piccolo paese di Mariotto non è ancora morto nessuno e il paese di spacca a metà: chi ritiene Pinuccio una benedizione e chi lo ritiene uno jettatore. Qui il trailer.

Ma solo per i suoi fedeli lettori oggi NO NAME è in grado di mostrare in anteprima assoluta un’altra opera di Pippo Mezzapesa: un cortometraggio del 2005 intitolato “Come a Cassano”.
Eccolo qui:

INCONTRO DI CIVILTÀ SPINGENDO CARROZZELLE

Da Vita del 21 novembre 2008

Le cose più impensabili capitano nei posti più impensabili. Come a Zarqa, ad esempio. Zarqa è una piccola città giordana a pochi chilometri a nord-est di Amman. In questa povera località industriale esiste uno dei più antichi campi profughi palestinesi creato dalla Croce Rossa nel 1948. A tutt’oggi la comunità di origine palestinese è composta da circa 18mila anime, il cui membro più illustre aveva un nome che ancora oggi evoca terrore: Abu Musab al-Zarqawi. Qui, in un contesto intriso di fondamentalismo, è successo l’impensabile. Il fatto è semplice: una ong creata dalla comunità cattolica latina, lo Our Lady of Peace Centre di Amman, ha incominciato ad occuparsi della cura dei disabili vincendo poco alla volta l’iniziale diffidenza della maggioranza musulmana. La fotografia simbolo di questo piccolo miracolo è quella del vescovo cattolico Selim Sayegh, vicario patriarcale dei latini di Giordania, che spinge un bambino in carrozzina a fianco delle autorità musulmane durante una marcia di sensibilizzazione per i diritti delle persone disabili. «In Giordania», spiega a Vita Majdi Dayyat, presidente del comitato organizzativo dello Our Lady of Peace Centre, «il numero dei disabili è enorme: si stima che siano 600mila, circa il 10% della popolazione. Lo scopo della nostra organizzazione è quello di far crescere la consapevolezza dei problemi dei disabili nel nostro Paese. Il primo obiettivo è quello di veder riconosciuti i diritti di queste persone, e per noi il primo loro diritto è il diritto alla dignità. L’altro nostro obiettivo è quello di offrire assistenza gratuita a queste persone». Non è ancora chiaro perché vi sia un così alto numero di disabili nel Paese, anche se per Dayyat le ragioni vanno cercate nell’eredità delle guerre del passato e nella diffusa endogamia nelle tribù locali. Una cosa è certa: per una famiglia giordana avere un figlio disabile è una vergogna insostenibile di fronte alla società. «Queste persone», continua Dayyat, «vengono fatte vivere nell’ombra e sono isolate dalla società perché la società non le accetta. Dunque i disabili non vengono fatti uscire di casa per non subire l’umiliazione dello scherno da parte del resto della popolazione. Questo isolamento, di fatto, coincide con la privazione della libertà». Il lavoro per entrare e scardinare questa mentalità è lungo e faticoso, ma nonostante l’esiguità delle forze sta iniziando a dare i primi frutti. La gente prende coraggio e decide di scendere in strada spingendo le carrozzine dei propri figli, a volte anche deformi, per far sapere a tutti di aver scoperto il valore unico e grande di quelle persone loro affidate. «Abbiamo organizzato molte marce nei diversi governatorati giordani. Cinque a Madaba, cinque ad Aqaba, tre a Zarqa, due a Masraq e una a Fuheis. I cortei partono dalla moschea locale e arrivavano alla chiesa della città. Siamo riusciti a coinvolgere le autorità locali, i dirigenti delle scuole, il responsabile nazionale delle politiche religiose, il ministro delle politiche sociali». La prima reazione delle famiglie è sempre di diffidenza: in un mondo in cui la religione ha ancora un grandissimo ruolo sociale, un gruppo di cristiani che offre aiuto a famiglie musulmane viene subito sospettato di proselitismo. Ma quando la gente comincia a conoscere, tende a fidarsi e inizia a collaborare. «Prendendo contatto con le famiglie », spiega Dayyat, «cominciamo a dire loro che questi bambini sono persone come noi, hanno la stessa dignità di qualsiasi altra persona. Noi siamo un’organizzazione cattolica e per noi questo discorso ha un fondamento religioso. Noi crediamo che queste persone sono create da Dio come noi, la loro dignità viene da Dio». Sembra impossibile, ma parlare apertamente di questi temi anziché allontanare gli interlocutori sembra avvicinarli: «Siamo convinti che questo background religioso possa costituire una base comune per collaborare con i nostri fratelli musulmani. Da questa collaborazione tra cristiani e musulmani nasce l’ambizione di portare un messaggio che possa cambiare la mentalità». E il Paese cambia, davvero. La maggior parte delle marce ha avuto un buon successo. Soprattutto a Zarqa, Aqaba e Madaba dove i partecipanti sono stati tra i mille e i quattromila. E non solo. Le famiglie cominciano affidare i propri figli disabili alle cure dei cristiani, e l’organizzazione da parte sua ha iniziato a reclutare volontari e coordinatori musulmani. E qualcosa si muove anche a livello politico? «Da un punto di vista legislativo», conclude soddisfatto Dayyat, «sul tema dell’handicap in Giordania si è passati da un’impostazione di tipo “caritatevole” a un approccio fondato “sui diritti” dei disabili. Questo per me è un passo davvero importante, tanto che la Giordania è stato il primo Paese del mondo arabo insieme alla Tunisia a firmare la convenzione delle Nazioni Unite per i diritti dei disabili». Non solo: Mohammed Al-Tarawneh, responsabile del progetto di sviluppo delle politiche sulla disabilità del governo giordano, è stato eletto tra i 12 esperti indipendenti che, come previsto dall’articolo 34 della stessa Convenzione, veglieranno sull’implementazione della Convenzione negli Stati che l’hanno ratificata.

America: Printed in China, Censored in China


Ho trovato una storia abbastanza spassosa su una fotografa che negli ultimi anni ha lavorato a un progetto che doveva diventare un libro. Il titolo del libro è “America” e uscirà alla vigilia della elezioni americane.
Il fatto è che a poche settimane dall’uscita del libro lo stampatore del libro dice che si rifiuta di stampare il libro perché contiene due foto oscene: nudi maschili. La fotografa, che non vuole per nessuna ragione perdere l’occasione del volano pubblicitario delle elezioni, non vuole cambiare editore perché la stampa sarebbe slittata di almeno sei mesi. Così propone, sarcasticamente, di pubblicare al posto delle due foto la scritta “Censurato dallo stampatore”. Lo stampatore rifiuta. Allora l’autrice cede e accetta di togliere le due immagini.
Ma ciò che fa di questa storia una storia straordinaria è che lo stampatore è uno stampatore cinese. A me sembra davvero emblematico: una fotografa cultrice della libertà d’espressione fa un libro di immagini sulla patria delle libertà, ma siccome vuole spendere meno si affida a una tipografia con sede nel paese della non-libertà è costretto a farsi censurare. Scopriamo così che se non si sta attenti la censura cinese può avere effetti diretti anche nei paesi occidentali. Se si sta attenti, beninteso, perché ad aspettare sei mesi il libro sarebbe potuto uscire senza tagli.

Qui la storia delle foto censurate di Zoe Strauss (che la fotografa per protesta fornisce in formato originale e ad alta definizione in modo da poterle stampare e allegare al libro…)

“CHARIOTS OF FIRE – MOMENTI DI GLORIA”

Il primo cinese nella storia a vincere una medaglia d’oro alle olimpiadi era scozzese. A spiegarcelo è ASIANEWS che racconta, per intero, la storia di uno degli atleti che ha ispirato il celebre film “Chariost of fire – Momenti di Gloria”. Si chiamava Eric Liddell e a Parigi 1924 doveva vincere i 100 metri, ma non partecipò alla gara. Finì per vincere, invece, i 400 metri.

A sinistra Eric Liddle nel 1924, a destra Ian Charleson lo interpreta in “Momenti di Gloria”.
Qui, per chi per caso non se la ricordasse, la colonna sonora di Vangelis

IL TRAMONTO DELLE EDICOLE DI NY

© Rachel Barrett

Si chiama Rachel Barrett ed è una fotografa americana che nel 2006 si è messa a fotografare le edicole di New York. Si dice: in fondo sulle strade della Grande Mela ci si vive ancora, a differenza di tante altre città dove sulle strade di vedono soltanto automobili. Così l’edicola diventa, sorprendentemente, un luogo di incontro ecc ecc. Ma come spiega il Nyt in questo articolo Ms. Barrett ha fatto in tempo a fotografare il tramonto dell’edicola vecchio stile. In città, infatti, avviene quello che una volta accadde per i salumieri di quartiere: arriva il pesce grosso e ti fa una catena di negozi che sbaraglia la concorrenza del piccolo edicolante.

Grazie a Michael per la segnalazione

CORNELL CAPA 1918-2008

Cornell Capa, Photographer, Is Dead at 90

STORIA DI UN TAXISTA CHE DIVENNE FOTOGRAFO

Allora, la storia è più o meno questa e se fossimo nati tutti a New York non ci sembrerebbe in fondo così strana. Il ragazzo studia da ballerino, ma suona anche il trombone. Con la danza non decolla, così si iscrive a una scuola di disegno. Lì, come è giusto che sia, impara a disegnare e comincia a lavorare come art director di non ho bene capito che cosa, ma mi pare fosse qualcosa che c’entra con la pubblicità. Poi a un certo punto, all’inizio degli anni 90, decide non tanto di mollare tutto, quanto piuttosto di diventare un taxista. Un taxista a New York, mica a Bellinzona. Dice che voleva avere un suo spazio per la propria creativita e… sì, insomma, quelle cose che dicono gli artisti. Poi un giorno, chissà perché, si porta sul suo taxi una macchina fotografica e comincia a scattare, a scattare, a scattare… Cosa scatta? New York, baby, what else?
Beh, insomma a farla breve: nel 2000 pubblica un libro intitolato Drive-By Shooting che in tre mesi vende una cosa come 50mila copie. Vi basta? A me sì, che vi devo dire. Lui si chiama David Bradford e questa è la sua storia.

LA CATTEDRALE NEL DESERTO


Da Avvenire del 16 marzo 2008

Doha (Qatar). È una Cattedrale nel deserto, in senso letterale. Eppure non rimarrà una «Cattedrale nel deserto» in senso figurato. È la chiesa di «Nostra Signora del Rosario» che è stata consacrata ieri nella periferia di Doha, capitale del Qatar. Erano 14 secoli che nel Paese non veniva inaugurato un luogo di culto ufficiale non musulmano, e l’avvenimento di ieri segna una tappa storica della presenza della Chiesa cattolica nei Paesi della Penisola Araba. Per l’occasione è giunto a Doha il cardinale Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, che ha presieduto un’affollatissima celebrazione con oltre 6000 fedeli. Presenti il vicario apostolico d’Arabia, il cappuccino svizzero Paul Hinder, il suo predecessore monsignor Bernardo Gremoli, il nunzio apostolico in Kuwait Mounged El-Hachem, l’emerito monsignor Giuseppe De Andrea e il vicario apostolico del Kuwait Camillo Ballin. All’assemblea, formata soprattutto da immigrati provenienti da una trentina di diverse nazioni ma in particolare da India e Filippine, il cardinale Dias ha portato il saluto e la benedizione di Benedetto XVI e ha ringraziato il sovrano del Qatar, l’emiro Sheikh Hamad bin Khalifa al Thani, che ha concesso il terreno sulla quale è stata costruita la chiesa. «Gesù Cristo – ha detto il cardinale Dias – è la pietra angolare dell’edificio spirituale del cristiano. Dunque, la bellezza esteriore di questa nuova chiesa deve rivelare la dignità che il fedele porta nel suo cuore.
L’edificio della chiesa è come un vestito che adorna i mistero nascosto dei cristiani».
Mistero nascosto che in Qatar si esprime in una presenza laboriosa e discreta che conta circa 140 mila cristiani.Vengono dal Tamil Nadu, dalle Filippine, ma anche dal Pakistan, dalla Corea dal Kenya. Ma l’atmosfera che si respirava ieri nella nuova chiesa di Doha si potrebbe definire multietnica o multiculturale. Forse cosmopolita.
Ma la parola esatta l’ha usata un commosso monsignor Hinder: cattolica. «Oggi – ha sottolineato – abbiamo fatto di nuovo esperienza di cosa sia la cattolicità della Chiesa». Oltre alla chiesa il nuovo complesso parrocchiale offre spazi per la vita comunitaria. Attorno all’edificio principale, che conta 2400 posti a sedere, sorgono edifici per ospitare i bambini del catechismo e i tanti gruppi delle varie nazionalità e riti. Alla Giornata Mondiale della Gioventù di Colonia del 2005, ad esempio, erano un’ottantina i parrocchiani di Doha. Il parroco, il filippino padre Tom Veneracion, è affiancato da altri cinque sacerdoti francescani che lo aiutano a celebrare le Messe in 14 lingue diverse. Una vitalità straordinaria, che ha spinto monsignor Hinder a confidare al termine della consacrazione: «L’ultima volta che l’ho incontrato, ho detto al Papa che non cambierei mai la comunità che mi è stato dato di seguire»

CRISTIANI IRACHENI IN LIBANO: UNO "TSUNAMI" UMANITARIO


Dal Giornale del Popolo del 2 novembre 2007

«È uno “tsunami” umanitario. Non so che altra immagine utilizzare. La situazione dei cristiani in Iraq è tragica, la loro stessa presenza nel Paese è ormai a rischio. Per questo fuggono e decine di migliaia di profughi giungono nei Paesi confinanti. Ma in pochi casi ottengono lo statuto di rifugiati. La loro diventa un’esistenza d’inferno, tutti i giorni confrontati con la paura di essere arrestati e rispediti nel loro Paese, dove è in atto una vera e propria persecuzione nei loro confronti». Così mons. Michel Kassarji, vescovo caldeo di Beirut, racconta il dramma dei cristiani iracheni che negli ultimi due anni, ormai, hanno cambiato la sua vita quotidiana. Ogni mattina, infatti, davanti alla porta del vescovado di Hazmieh, nei pressi di Baabda, la collina su cui sorge il palazzo del presidente libanese, si presentano una, due, tre famiglie di profughi fuggiti dall’Iraq che a lui chiedono aiuto. Sono clandestini e in Libano non potrebbero neanche starci. Il Libano ospita campi profughi palestinesi eredità del conflitto del 1948, ma non ha mai sottoscritto la Convenzione internazionale sui rifugiati del 1951, perciò non accetta profughi stranieri sul suo territorio se non nel caso di quelli a cui le Nazioni Unite rilascia un permesso temporaneo in vista del loro reisediamento in un Paese terzo.
«Oggi i cristiani iracheni – continua il vescovo caldeo – sono l’obiettivo diretto e programmato di una persecuzione che può essere paragonata a quella dei cristiani dei primi secoli. I fedeli vengono presi di mira dal fuoco delle squadracce sunnite e sciite, alcuni sacerdoti sono stati prima rapiti e poi uccisi, molte chiese sono state distrutte dalle autobomba». «Oggi a Baghdad – continua – un cristiano che passeggia per la strada con una croce al collo viene aggredito; in alcuni quartieri e in certe città vengono obbligati, pena la morte o la fuga, a pagare la “jizah”, l’antica tassa coranica imposta come tributo di soggezione a cristiani ed ebrei». Ma anche la fuga, la maggior parte delle volte, non sembra rivelarsi la soluzione. Le peripezie dei caldei iracheni in Libano, ad esempio, sono paradossali. Si spingono nel Paese perché sanno che lì vive una forte minoranza cristiana e che il capo dello Stato è cristiano. Ma presto scoprono una triste realtà. Attraversare la frontiera clandestinamente gli costa 200-300 dollari americani per persona, poi una volta entrati rischiano continuamente l’arresto per ingresso clandestino nel Paese. «Quando vengono presi – continua il vescovo – trascorrono dai tre ai cinque mesi in prigione in attesa del processo poi, dopo la sentenza, vengono espulsi. Molte volte ricevono telefonate dal Libano e dall’Iraq, anche nel cuore della notte, di parenti di persone arrestate che mi chiedono di intervenire. Io vado sempre alla prigione che spesso sono lontane dalla capitale e vicino al confine. Ho parlato diverse volte con il presidente, con il ministro dell’Interno, con responsabili dei servizi segreti, ma con scarsi risultati».
«La mia comunità caldea – dice mons. Kassarji – fino a un paio di anni fa era formata da circa 5000 fedeli. Oggi ci dobbiamo fare carico di 8000 fratelli iracheni. È quasi insostenibile, anche se noi facciamo tutto quello che possiamo fare». Quello messo in piedi dalla comunità caldea libanese è uno sforzo immenso: cinquecento pacchi alimentari al mese, 400 borse di studio per i figli dei profughi iscritti alle scuole cristiane libanesi, la scarcerazione di decine di arrestati, l’ottenimento del riconoscimento dello statuto di rifugiato per decine di profughi, la gestione di un doposcuola e di un corso di recupero serale per i ragazzi che di giorno lavorano. «È capitato – racconta ancora il vescovo – che uno di questi profughi è stato ricoverato in ospedale per una grave malattia. Dopo alcune settimana è morto. Sono andato all’ospedale per capire cosa fare per il funerale, ma mi è stato detto che il ricovero era costato diverse migliaia di dollari e fino a che il conto non fosse stato saldato da qualcuno, non mi avrebbero dato il corpo per seppellirlo. Cosa dovevo fare? Ho pagato e ho fatto il funerale».
Ma la sfida maggiore per mons. Kassarji è quella di tentare, insieme all’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, di ottenere dallo stato libanese una politica più umana che permetta di dare a questi rifugiati un permesso di soggiorno temporaneo fino alla loro partenza verso altri Paesi. «Ma la nostra vera intenzione – conclude – è quella di provare, con le istituzioni internazionali e le ONG, di convincere il popolo iracheno a restare in Libano. Sono convinto che servirebbe a consolidare la presenza cristiana in Libano. Questa infatti è la condizione indispensabile perché il Libano continui ad essere un modello di convivenza tra cristiani e musulmani». Ma per realizzare quello che può sembrare un sogno, occorre che la Chiesa caldea libanese venga sostenuta, perché con proprie forze, non potrebbe mai farcela. Per questo Mons. Kassarji sta girando alcuni Paesi europei per chiedere aiuto e lancia un disperato appello: «Aiutate i cristiani dello “tsunami” iracheno».

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