L’INDONESIA E’ A UN BIVIO

INTERVISTA A MARIA LAURA CONTE
Giornale del Popolo, 9 febbraio 2007
«Ci si deve arrendere alla complessità di questo enorme arcipelago. Tredicimila isole, 230 milioni di abitanti, 1000 etnie, 250 lingue. Provare a capire questo Paese è un grandissimo esercizio di sguardo sulla complessità. Noi in Occidente facilmente tendiamo ad applicare griglie mentali costruite sulla nostra tradizione che qui, purtroppo non reggono. Occorre cambiare proprio la prospettiva». È con un misto di stupore e incredulità che Maria Laura Conte, giornalista veneziana e membro del Centro Internazionale di Studi e Ricerche Oasis, racconta la “sua” Indonesia. Ha appena dato alle stampe per le edizioni Marcianum Press “Dove guarda l’Indonesia – Cristiani e musulmani nel Paese del sorriso”, un libro-reportage che prova a far luce su una realtà affascinante e, appunto, di una complessità disarmante. Le spiagge da sogno di Banda Aceh, il terribile incubo dello tsunami, certo. Ma chi sa che in Indonesia vivono più musulmani che in tutti i Paesi arabi del Nord Africa e del Medioriente? «Generalmente – dice ancora Maria Laura – quando pensiamo a un musulmano pensiamo a un arabo. L’Indonesia ci costringe a cambiare approccio a questa religione: non è un monolite, ma ha tanti volti e tante traduzioni storiche e anche tradizionali popolari».
Che Islam è, allora, quello indonesiano?
L’Islam è arrivato qui, come racconta Marco Polo nel Milione, «sulle navi dei mercatanti saraceni» e non si è propagato con la spada come nel bacino del Mediterraneo. Attraverso questi incontri e scambi, questa religione si è diffusa nel Paese lentamente impastandosi con le tradizioni locali, che a loro volta avevano già conosciuto l’Induismo e il Buddismo. Il risultato di questo lento processo, che si conclude nel XVI secolo, è un Islam che ha le caratteristiche proprie di questa terra.
In che senso?
Uno dei principi fondamentali della tradizione indonesiana, ad esempio, è quello che viene chiamato rukun. Il rukun è un valore che impone di evitare tutti gli atteggiamenti che possono stravolgere l’armonia. Più che un principio di armonia è un principio di elusione del conflitto. Fin da piccoli si è educati a non creare increspature nelle relazioni attorno a sé. Il compito dell’uomo, dunque, è quello di non infrangere il rukun né di rovesciarlo. Cercare un vantaggio per sé senza l’approvazione di tutta la comunità o combattere per progredire individualmente senza la partecipazione del gruppo sono gesti considerati offensivi. L’Islam indonesiano ha assorbito questa visione e ha ereditato un rito tradizionale, lo slametan (un pranzo rituale), che viene riproposto tale e quale nelle feste islamiche ma con l’aggiunta di una lettura del Corano.
Un Islam quasi idilliaco…
Un attimo, fammi finire… Dopo la colonizzazione portoghese e olandese e l’arrivo del cristianesimo, cominciano ad arrivare predicatori legati al mondo arabo e aumentano i pellegrinaggi alla Mecca. Nasce così una maggiore considerazione per l’idea di Umma, l’unica comunità islamica. Di fatto si vanno a formare due anime: una più vicina alla tradizione indonesiana e una che si riconosce nella vicinanza con il Mediorente. A seguito delle dinamiche del mondo globale anche qui sono arrivate le varie influenze dell’islam fondamentalista. È questa nuova presenza, oggi, il vero problema dell’Indonesia. Con il fondamentalismo è arrivato anche il terrorismo islamico legato ad al Qaida che ha colpito nel 2003 e nel 2005. Questi estremismi non hanno nulla a che vedere con la tradizione dell’Islam locale; sono importati da fuori e rischiano di stravolgere il “volto sorridente” del Paese.
Qual è il peso del fondamentalismo?
Da un sondaggio realizzato recentemente dal Liberal Islamic Network, un’organizzazione moderata, emerge che il 18% della popolazione musulmana sostiene i gruppi estremisti, mentre il 6,5% vi partecipa attivamente. Percentuali modeste se considerati in sé, ma se riferiti alla popolazione di oltre duecento milioni di persone, assumono dimensioni preoccupanti.
Come si propaga l’estremismo?
In una baraccopoli di Giakarta ho conosciuto padre Ignatius Sandyawan, detto padre Sandy, un gesuita. Gestisce un’associazione per la cura di poveri e dei senza tetto e i suoi volontari sono per la maggior parte musulmani. Mi diceva però che i fondamentalisti del suo quartiere sono pagati per fare proselitismo. Questa è gente che se non ricevesse soldi dai fondamentalisti morirebbe di fame. In un Paese dove 37 milioni di persone vivono in condizioni di povertà è facile far leva sulla povertà e sulla disperazione.
E i cristiani? Come vivono il rapporto con i musulmani?
I cristiani che ho incontrato a Giakarta sono tutti assolutamente aperti all’incontro e al dialogo con la maggioranza musulmana. Partecipano ai tavoli di impegno per la salvaguardia della tradizionale tolleranza indonesiana. Nell’ufficio per il dialogo interreligioso della Curia di Giakarta lavora anche una musulmana. Curioso, no? Quando furono giustiziati i tre cristiani a Poso, a Giakarta i cattolici sono scesi in piazza per protestare e al loro fianco c’erano numerosi musulmani. Questi cristiani vivono la loro fede nella tranquillità, tutto sommato. Anche se ultimamente è diventato normale che nel periodo di Natale o delle grandi feste cristiane le autorità lancino l’allarme per il rischio di attentati islamici alle chiese. Ma anche qui: ad offrirsi per fare la guardia alle chiese sono dei musulmani.
Schezi?
Te l’ho detto che le cose sono veramente complicate laggiù.
Ma i cristiani non sono terrorizzati?
Il rischio di attentati c’è, ma è vissuto con molta tranquillità rispetto a quello che noi ci aspetteremmo. Non sto dicendo che non ci sono problemi. Ad esempio: da qualche tempo per costruire una chiesa occorre, oltre ai permessi ufficiali, anche il nulla osta di tutto il vicinato. Così basta che ci sia un fondamentalista islamico che si oppone e la chiesa non può essere costruita. Si scende quindi in piazza o per protestare contro la chiesa o per protestare contro il divieto.
Eppure nonostante le minacce e le difficoltà la comunità cristiana non si è chiusa su se stessa…
Ho incontrato gente vivace, attenta, presente nella società. Tra i poveri, nella scuola, negli ospedali e anche nel mondo dell’informazione. A Giacarta ho conosciuto padre Greg Soetomo, gesuita, direttore di Hidup che insieme a Raymond Toruan, ex direttore del Jakarta Post, il principale quotidiano indonesiano di lingua inglese, ha promosso e anima un gruppo di un centinaio di giornalisti cattolici impegnati a vigilare sulla libertà di stampa, sulle pieghe che prende l’informazione. Il loro problema è capire quale può essere il ruolo di una minoranza di giornalisti cristiani inseriti nei media in cui la maggioranza degli operatori e dei destinatari è musulmana. Questo è solo un esempio di una presenza cristiana viva e critica: aperta alle sfide della realtà.
Dove guarda l’Indonesia?
Siamo in una stagione decisiva per capire se questo Paese riuscirà nel rispetto della sua tradizione a mantenersi – come dice il suo slogan – «unito nella diversità» o se prenderà la deriva dettata dalla crescita nel Paese delle tendenze fondamentaliste. Questa resta una domanda aperta. Quel che penso è che occorra far conoscere il più possibile l’esperienza di questo Paese perché è utile per un approccio all’Islam anche in occidente. Sarebbe interessante che in Europa si desse più spazio alle voci dell’Islam indonesiano che costituiscono comunque un coro interessante nel panorama musulmano. Valorizzare all’estero queste voci realmente moderate darebbe loro più più forza all’interno del Paese.

SCIITI CONTRO SUNNITI, E L’IRAN NE APPROFITTA

INTERVISTA A MAGDI ALLAM
Giornale del Popolo, 5 febbraio 2007

Iraq e Libano come principali campi di battaglia di una resa dei conti della lotta fratricida tra sunniti e sciiti fomentata dall’Iran per destabilizzare tutto il Medioriente in funzione anti- israeliana e anti-americana. Questa l’analisi di Magdi Allam, vicedirettore del Corriere della Sera, nel tentativo di spiegare l’escalation di violenza certamente in Iraq, dove non si risparmiano dagli attentati neanche le moschee, ma anche in Libano e in Palestina (dove negli ultimi due mesi gli scontri inter-palestinesi hanno fatto più del doppio dei morti dei blitz israeliani). Da una parte il fronte sannita composto da Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Giordania, dall’altro quello sciita guidato dall’Iran, sostenuto dalla Siria, da Hezbollah e i palestinesi di Hamas (sunniti ma vicini ad Ahmadinejad nel desiderio di distruggere Israele). Sciiti contro sunniti. Sunniti contro sciiti. Un odio che va avanti da 1300 anni da quando, anche allora per ragioni di predominio sul Medioriente, il cugino di Maometto, Alì, fu ucciso nella lotta per il predominio del Califfato. Non sembrerebbe cambiato molto. «Lo scontro tra sunniti e sciiti in Iraq – dice Magdi Allam al GdP – è sicuramente un elemento di grande tensione nella regione considerando che l’Iran, che è il Paese sciita per antonomasia, soffia sul fuoco della guerra civile. Una guerra civile vera e propria in Iraq sarebbe cavalcata dall’Iran per estendere la destabilizzazione anche nei Paesi vicini dove gli sciiti sono minoranza insoddisfatta». Sono il 20% in Arabia Saudita, il 60% in Bahrain, il 30% in Kuwait, il 40% in Libano. Gli sciiti vivono un complesso di discriminazione religiosa (sono considerati eretici dai sunniti) su cui l’Iran vorrebbe far leva. «Il rischio che ci possa essere un contagio di tensione confessionale tra sciiti e sunnti anche al di fuori dello scacchiere iracheno – continua Allam – è una realtà con cui occorre fare i conti seriamente». Ma quella in Iraq è diventata una guerra civile di stampo religioso? «Il conflitto non è in sé religioso e non si tratta ancora di una guerra civile tra sciiti e sanniti – dice ancora il giornalista italo-egiziano. C’è un tentativo di provocare questa guerra civile, ma la radice della violenza è legata al terrorismo patrocinato da al-Qaida e da elementi al passato regime di Saddam che fa leva sulla malcontento dei sunniti che si sentono privati del monopolio del potere. Ma non cadiamo nell’errore di immaginare che la questione confessionale sia all’origine della guerra civile. È un approdo a cui si vorrebbe portare la violenza attualmente in corso in Iraq». Ma la guerra civile c’è o non c’è? «Per guerra civile si intende la contrapposizione tra forze regolari o non regolari che fanno riferimento all’insieme della comunità. Ora, all’interno degli sciiti quelli che sono coinvolti in questo scontro violento con i sunniti sono quelli legati alla fazione di Moqtada al Sadr, ma non è la maggioranza degli sciiti. E la stessa cosa vale per i sunniti: è una minoranza che mette a ferro e fuoco il Paese». Come reagisce il mondo musulmano a questo stillicidio di morti? «Io ho parlato di assordante silenzio. Questo silenzio è vergognoso perché sembra che ci si possa indignare soltanto quando si deve dare addosso ai non musulmani, come è avvenuto dell’aggressione verbale a Benedetto XVI dopo il discorso di Ratisbona». E come giudica la posizione dell’opinione pubblica in Occidente? «È altrettanto vergognoso che da parte dell’Occidente non si spenda una sola denuncia a livello di governi e di istituzioni, quando ci si è sentiti in dovere di scatenare il finimondo alla vigilia della condanna a morte di Saddam Hussein. Quindi un Occidente che si infervora, che si mobilita per salvare la vita per uno dei più sanguinari criminali del Dopoguerra e che invece è del tutto silente quando giorno dopo giorno gli iracheni vengono massacrati a centinaia secondo degli ordini di morte che sono prestabiliti e che avvengono con cadenza quotidiana».

"ECCO PERCHE’ I PACS NON SERVONO"

INTERVISTA AL PROF. FRANCESCO D’AGOSTINO
Giornale del Popolo, 2 febbraio 2007

Il Parlamento italiano ha da pochi giorni dato il via all’iter che dovrebbe portare alla stesura e all’approvazione di una legge che regola le coppie di fatto. Non è ancora chiaro quale sarà il risultato finale. Il Governo parla di una “via italiana” alla soluzione del problema del riconoscimento dei diritti dei conviventi, ma all’interno della maggioranza ognuno dice la sua. Per chiarire i termini del dibattito in corso abbiamo intervistato il prof. Francesco D’Agostino, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Tor Vergata a Roma e presidente onorario del Comitato Nazionale di bioetica.
Prof. D’Agostino, quali sono i termini della discussione?
In Italia, come in altri Paesi, il dibattito sulle coppie di fatto è straordinariamente viziato da preconcetti ideologici. I fautori del riconoscimento delle coppie di fatto non sono in grado di spiegare quali siano le autentiche esigenze sociali che giustifichino quelli che per semplicità vengono per ora chiamati Pacs. Per “autentiche esigenze sociali” intendo dire esigenze sociali che non possono essere autogarantite, nella loro autonomia e responsabilità, dalle persone come singole. Quando si chiedono i Pacs si vuole dare un riconoscimento legale a vincoli affettivi che non si capisce, se non per ragioni ideologiche e simboliche, perché debbano essere meritevoli di un riconoscimento pubblico. Se il matrimonio ha un riconoscimento pubblico è perché il matrimonio ha una finalizzazione generazionale, garantisce l’ordine delle generazioni. È così in tutte le culture e in tutte le epoche. Al di fuori del matrimonio non c’è bisogno di un altro istituto pubblico che risponda a questa finalità.
Qual è il punto, allora?
La verità è che dietro i Pacs si nasconde non il bisogno di dare una risposta ad esigenze sociali, ma il bisogno di dare un riconoscimento simbolico e non sociale all’omosessualità.
I vescovi italiani si oppongono a qualsiasi legge in merito…
È un dato di fatto che i vescovi assumano queste posizioni, ma io nego categoricamente, però, che queste posizioni siano propriamente ecclesiali. È come quando la Chiesa si batte contro la pena di morte, ma è evidente che la contrarietà alla pena di morte non sia un’esclusiva dei cattolici.
Beh, è innegabile che la Chiesa stia combattendo la sua battaglia…
I laicisti italiani hanno tutto l’interesse ad appiattire il dibattito tra laici e cattolici. I laici a favore dei Pacs e i cattolici contro. Ma è una falsificazione delle posizioni in gioco. Non ci dimentichiamo che in questo momento la Chiesa non si batte per il matrimonio religioso, ma si batte per la dignità del matrimonio tout-court, quindi anche per quella del matrimonio civile. La Chiesa interviene perché ha a cuore il bene umano. Il bene di tutti. Il dramma in Italia e non solo, è che in un’epoca di relativismo culturale certe dimensioni del bene umano ormai sembra che a difenderle sia solo la Chiesa. Ma qui il problema va oltre la politica e diventa un grande problema culturale.
Ma esistono esigenze reali nelle nuove forme di convivenza…
Sì, ma basterebbe riconoscere un “contratto di convivenza”, come contratto tipico da inserire nel codice civile per risolvere tutti quei pochi nuovi problemi di convivenza che un mondo globalizzato come il nostro effettivamente può porre. Il contratto di convivenza non dovrebbe essere un contratto sessuato, cioè finalizzato a tutelare una coppia vincolato da affetto: vi potrebbero accedere gruppi di studenti, coppie di fratelli e tante altre forme di convivenza con ricadute giuridico-economiche.
Ma esistono anche le coppie omosessuali…
Il problema della differenza sessuale non è un problema che spetta allo Stato gestire. Le convivenze omosessuali sono legittime, ma lo Stato, a mio avviso, deve gestire interessi sociali e non interessi ideologici e simbolici. I contratti di cui parlo possono essere firmati anche da due persone dello stesso sesso che convivono, ma questo particolare non è rilevante dal punto di vista giuridico.

COME TI CAMUFFO LE NOZZE GAY

SVIZZERA: BREVE STORIA DELLE “UNIONI DOMESTICHE REGISTRATE”

Da Avvenire, 26 gennaio 2007

Lugano. “Innanzi tutto complimenti e tanti auguri” dice compiacente la giornalista della Radio svizzera. “Tante grazie – risponde lui raggiante – noi non vogliamo pubblicità, ma consideriamo questo giorno come il corollario di 31 anni di vita in comune. Per questa ragione anche le vere, che abbiamo fatto fare il 4 novembre 1975, non le abbiamo mai usate e le abbiamo messe solo oggi per la prima volta”. Questo l’incipit della cronaca, trionfalistica e priva del proverbiale distacco elvetico, offerta dal servizio pubblico svizzero di quanto accaduto la mattina dello scorso 2 gennaio all’Ufficio di Stato civile del Comune di Locarno, dove la prima coppia omosessuale del Paese – due uomini ormai in là con gli anni – ha potuto registrare la propria “unione domestica”. Dall’inizio dell’anno, infatti, è entrata in vigore la legge sulle unioni domestiche registrate che gli svizzeri hanno approvato in votazione popolare nel giugno del 2005. Dietro il nome burocratico e asettico, che potrebbe ricordare i PACS francesi, si nasconde nella sostanza un istituto praticamente analogo al matrimonio omosessuale “alla spagnola”. L’unione registrata delle coppie omossessuali, infatti, è un contratto di diritto pubblico come il matrimonio, firmato all’ufficio di stato civile come il matrimonio, con lo stato civile che cambia come con il matrimonio. Da celibi o nubili i contraenti diventano sulla carta d’identità“unione domestica registrata”. Ma non solo. Per adattare il diritto svizzero alla nuova legge, il parlamento di Berna ha dovuto modificare ben 31 leggi cadendo spesso nel ridicolo. Contraendo l’unione domestica, ad esempio, si vengono a creare i rapporti stabiliti dall’albero genealogico e i contraenti di queste nuove unioni diventano a seconda del caso: generi, nuore, zii, cugini cognati ecc. Ma c’è dell’altro. Secondo la legge il superstite di unione domestica registrata diventa, in barba a qualsiasi dizionario, “vedovo/a” acquisendo il diritto alla vedovanza. Successioni, assicurazioni sociali, previdenza professionale: dal punto di vista giuridico le nuove unioni hanno gli stessi diritti e doveri riconosciuti e tutelati per l’istituto matrimoniale. Stesse norme anche per il divorzio che può avvenire di comune accordo o su richiesta del singolo se la convivenza è terminata da almeno un anno. Nel caso di bisogno, ci mancherebbe, il giudice può decidere se fissare i contributi di mantenimento. Come per qualsiasi coppia divorziata che si rispetti.
La foglia di fico dietro alla quale ci si è voluti nascondere per segnare la differenza tra queste unioni e il matrimonio tradizionale (a parte il gelido nome burocratico) è l’impossibilità delle prime di adottare bambini e di accedere alla riproduzione medicalmente assistita. Ma la scelta di un nome così neutro è motivata anche dalla volontà dei promotori della nuova legge di far digerire più facilmente all’opinione pubblica svizzera la sostanziale equiparazione. La lobby omosessuale al Parlamento di Berna, determinata e ben organizzata, si è mossa in maniera astuta mettendo l’opinione pubblica di fronte a un fatto compiuto. All’inizio dell’iter legislativo, infatti, la commissione parlamentare incaricata di studiare il problema si era orientata verso il modello dei PACS francesi: di diritto privato, stipulabili in polizia o in tribunale, senza conseguenze sullo stato civile e non riservati soltanto alle coppie omossessuali. Discutibili certo, ma col vantaggio di preservare la differenza giuridica del matrimonio. La soluzione, evidentemente, non sembrava bastare a chi, come il parlamentare zurighese Felix Gutzwiller (già campione della battaglia per l’introduzione dell’aborto), voleva puntare dritto all’obiettivo dei matrimoni gay tout-court. Così, grazie a un sapiente lavoro parlamentare, Gutzwiller è riuscito a imporre una soluzione che scientemente utilizzava il diritto matrimoniale come struttura giuridica per le nuove unioni che, a questo punto, avrebbero interessato solo gli omosessuali. Il risultato è una legge di compromesso, ma che non impedisce di eliminare in futuro le ultime differenze con il matrimonio tradizionale. L’ultima chance che rimaneva per fermare il progetto era quella del referendum popolare promosso da un pugno di piccoli partiti minori. A favore della legge si schiera, ad eccezione delle sezioni di Ticino, Vallese e Friburgo, anche il Partito Popolare Democratico che storicamente rappresenta i cristiani svizzeri in politica. La Conferenza Episcopale Svizzera si pone nettamente contro «una falsa soluzione ad un problema reale» e accusa la legge di privilegiare «senza motivo apparente un gruppo di persone rispetto ad altri». Il fronte referendario viene battuto e 5 giugno 2005 il 58 per cento degli svizzeri approva le nuove unioni. Dal primo gennaio, dunque, lo Stato svizzero riconosce le unioni omosessuali. Il prossimo obiettivo di Gutzwiller e compagnia, non c’è da dubitarne, è l’adozione e l’accesso alla provetta. Tanto ormai la porta è aperta.

Nella vita di Grossman il destino di un libro

SU UNA MOSTRA E UN CONVEGNO A CENT’ANNI DALLA NASCITA

Giornale del Popolo, 21 gennaio 2006

Se oggi possiamo leggere il capolavoro di Vasilij Grossman Vita e destino lo dobbiamo a uomini e donne coraggiosi che molto hanno rischiato per strappare dall’oblio quello che numerosi studiosi di letteratura ritengono il più importante romanzo russo del XX secolo. La vicenda di come il manoscritto di Grossman riuscì ad essere pubblicato in Occidente è quasi una spy-story con tanto di agenti segreti e microfilm. Tutto inizia quando il 14 febbraio 1961 gli agenti del KGB sequestrano il manoscritto e tutte le copie dattiloscritte di “Vita e destino”, gli appunti, la carta carbone e i nastri della macchina per scrivere. Ma prima del blitz in casa sua, Grossman aveva affidato due copie dattiloscritte a persone fidate. La prima, in bella copia battuta a macchina, a Semen Lipkin. La seconda, sempre battuta a macchina ma con molte correzioni autografe, a Viaceslav Ivanovic Loboda. Dopo la morte di Grossman nel 1965, Lipkin tenta di riportare clandestinamente la sua copia in Occidente. Ne vengono fatti due microfilm: il primo da Vladimir Voinovich e il secondo da Andrei Sacharov e sua moglie Elena Bonner nel laboratorio clandestino che si trovava nel gabinetto della loro casa di Mosca. Nel 1978, Rosemarie Ziegler, ricercatrice austriaca in slavistica, passa il confine nascondendo i due microfilm in una scatola non più grande di un pacchetto di sigarette. A Parigi la scatola viene consegnata a Efir Etkind un illustre critico e filologo cacciato dal regime di Mosca per aver aiutato Solzenicyn.
I microfilm a Losanna
Nessuno in Francia vuole pubblicare l’ennesimo “romanzo di guerra”. Lo fa invece in Svizzera l’editore serbo di Losanna Vladimir Dimitrievic che conosceva l’esistenza del romanzo e che, in possesso dei microfilm, si butta anima e corpo nel lavoro di pubblicazione del libro. Ci vollero due mesi per decifrare il testo delle oltre mille pagine e un accurato lavoro filologico per integrare il contenuto delle due versioni, lavoro che non permise però di ricostruire completamente tutte le parti del romanzo. In quel periodo Dimitrievic, per paura del Kgb, girava con i microfilm sempre in tasca, giorno e notte. Con diverse lacune, nel 1980, l’Âge d’Homme pubblica la prima edizione in russo di “Vita e destino” dalla quale vennero tradotte le prime edizioni in francese (L’Âge d’Homme, 1981) e in italiano (Jaca Book, 1982). Nel 1988 il libro approda finalmente in Russia. Per colmare le lacune della versione dei microfilm di Lipkin si è dovuto aspettare che l’altra versione, quella più completa con le ultime correzioni dell’autore, fosse consegnata agli eredi di Grossman e pubblicata a Mosca nel 1990 con la dicitura “Secondo il manoscritto dell’autore”.
Una mostra a Torino
I microfilm sono stati mostrati da Dimitrievic, la settimana scorsa, al convegno internazionale per il centenario della nascita di Grossman, organizzato a Torino dal “Centro Culturale Piergiorgio Frassati” e dalla “Fondazione Arte Storia Cultura Ebraica a Casale Monferrato” che pure hanno allestito una bellissima mostra su “Vita e destino” al “Museo diffuso della Resistenza” di Corso Valdocco. Esposizione e convegno, come ha notato lo scorso 12 dicembre all’inaugurazione della mostra il figlio adottivo di Grossman Fedor Guber, sono stati le uniche iniziative al mondo che hanno ricordato l’anniversario di un autore del quale, forse, ancora troppo poco si parla. Vasilij nasce nel 1905 a Berdicev da una famiglia ebrea e studia da chimico. Inizia a scrivere, come si faceva sotto il regime di Stalin, con l’incoraggiamento di Gorkij; pubblica scritti impregnati della dottrina stalinista. La sua fede nel comunismo è totale; egli si abitua con facilità agli arresti di amici, parenti e personaggi pubblici di indubbio valore. Partecipa alla guerra e alla battaglia di Stalingrado come corrispondente di “Stella rossa”, il giornale dell’esercito e partecipa alla liberazione del lager nazista di Treblinka che gli ispira un celebre racconto. Dopo la guerra, collabora alla stesura de Il libro nero, una dettagliata ricostruzione del genocidio della popolazione ebraica nei territori sovietici occupati. Attraverso queste esperienze, tra cui la scoperta dell’uccisione della madre da parte dei nazisti, Grossman prende coscienza della propria identità ebraica e inizia ad accorgersi dell’antisemitismo propugnato dall’intellighenzia sovietica. Le certezze di Grossman cominciano a venir meno e il fascino per il comunismo svanisce.
Uomini veri a Stalingrado
Decide dunque di mettere mano all’opera colossale che diventerà “Vita e destino” e che lo impegna dal 1955 al 1960. Sceglie di ambientare la storia durante la battaglia di Stalingrado: «Ogni epoca – si legge nel romanzo – ha la sua città che la rappresenta al mondo e ne custodisce l’anima e la volontà. Stalingrado fu questa città per un certo periodo della seconda guerra mondiale». La mostra propone numerose fotografie d’epoca della città durante e dopo l’assedio; immagini, concesse dal “Museo Statale Centrale di Storia Contemporanea Russa”, che riescono a rievocare la tragedia di una delle più drammatiche e epiche battaglie della seconda guerra mondiale. È nell’inferno di questo assedio che Grossman scopre il volto ultimo della libertà che per lui consiste «nell’irripetibilità, nell’unicità dell’anima di ogni singola vita». Insomma, anche nella casa 6/1, una casamatta al fronte di fuoco tra tedeschi e russi, il pugno di soldati sovietici che sopravvive da giorni con poche patate e bevendo l’acqua dei termosifoni, riscopre la radice della propria umanità. Lo dimostra il dialogo tra il comandante Grekov e il mitragliere Saposnikov apre la mostra di Torino: la casa 6/1 è difficilmente raggiungibile dagli ordini del comando perché si trova proprio sulla linea d’attacco tedesca. Così viene inviata tra loro Katja, una giovane radiotelegrafista. Si sa com’è la guerra, e si sa anche come sono i soldati. Ma il comandante Grekov si convince che per il suo coraggio e la sua anzianità spetta a lui avvicinare per primo la ragazza. Ma una notte trova il mitragliere Saposnikov e Katja addormentati in un abbraccio. La mattina dopo li convoca entrambi: «Saposnikov, tu ora raggiungerai lo stato maggiore del reggimento, io ti trasferisco ». Il mitragliere pensa: «la cacciata dal paradiso, ci separa come schiavi». Poi Grekov lancia un’occhiata a Katja. «Beh, è tutto» conclude il comandante aggiungendo: «Con te verrà la telegrafista. Cos’ha da fare qui senza la ricetrasmittente? L’accompagnerai fino allo stato maggiore: Là troverete da soli la vostra strada».
Totalitarismi allo specchio
Il fronte di Stalingrado, rappresentando per Grossman anche il luogo dell’incontro tra due totalitarismi uguali e contrari, getta luce, con anni di anticipo, sulla storiografia occidentale, su uno dei lati più tragici del XX secolo. «Al socialismo – dice in un drammatico dialogo un ufficiale tedesco a un comandante bolscevico – è necessario privare i contadini del diritto di seminare e di vendere liberamente, e Stalin senza tremare ne ha liquidati milioni. Il nostro Hitler si è reso conto che al nazionalsocialismo tedesco nuoce un nemico: il giudaismo. E anche lui ha deciso di liquidare milioni di ebrei… deve credermi. Io ho parlato e lei ha taciuto, ma io so di essere per lei uno specchio». Eppudettagliare, nonostante la furia della violenza, anche nell’inferno di Treblinka o della Siberia l’uomo rimane libero, cioè capace di gesti assolutamente gratuiti. È il caso di Sofja che sul vagone che la porta nel campo di concentramento incontra un bambino, David. Lui si affeziona a lei. Lei si accorge che il bambino si tranquillizza quando le è accanto. «Quando arrivò il loro turno nella camera a gas – racconta Grossman – i contorcimenti del bambino la riempivano di compassione. L’avevano ucciso, aveva cessato di esistere. Sofja sentì il corpo del bambino afflosciarsi tra le sue braccia: David se n’era andato prima di lei. «Sono madre », pensò. Questo fu il suo ultimo pensiero». Ma se per Grossman il «destino» sembra coincidere con il tragico «fato» della cultura statalista che fa di tutto per soffocare le domande del cuore dell’uomo, proprio dal suo romanzo – e in questo senso si può dire che egli su questo punto supera se stesso – emerge come dalla vita si sprigioni l’aspirazione ad un orizzonte buono al quale le persone tendono in qualsiasi circostanza.
Dalla vita al destino
In “Vita e destino” il segno di questa infinita bontà sembra essere il rapporto tra le domande dell’uomo e la natura e in particolare con la steppa calmucca: «In questa steppa la terra e il cielo si sono guardati così a lungo reciprocamente, fino a rassomigliarsi come si somigliano marito e moglie che abbiano vissuto insieme una vita. (…) A cosa pensava correndo per la steppa il cavaliere: ai figli, al fatto che al colonnello russo rimasto a fianco della sua auto sporca era morto il padre? Darenskij seguiva l’impetuoso galoppo del vecchio cavallo e nelle tempie non era il sangue a pulsargli ma un’unica parola: libertà, libertà, libertà…». Aveva ragione il Kgb a temere questo libro ma, grazie a Dio, non controllò tutte le scatole non più grandi di un pacchetto di sigarette che c’erano da controllare.

vedi anche: Centro Studi Vita e Destino

LA RIVOLTA

INTERVISTA A ERICH LESSING

da Tempi, 2 novembre 2006

Ci sono tre modi per partecipare a una rivoluzione: essere dalla parte degli insorti, da quella del governo oppure essere da quella dei testimoni. Erich Lessing, classe 1923, è stato uno dei più preziosi testimoni di quella avvenuta cinquant’anni fa a Budapest. Faceva il fotografo per la grande Agenzia Magnum e le sue immagini sono comparse su riviste come Life, Paris Match, Epoca e Quick Magazine. Molti lo considerano il fotografo della Guerra Fredda per aver immortalato il dramma della Germania dell’Est, della Polonia, della Cecoslovacchia e, appunto, dell’Ungheria durante quei maledetti anni. In quell’autunno del 1956 si trovò, anche lui, per le strade di Budapest tra le raffiche dei mitra ungheresi e i colpi dei carriarmati russi. Fu un evento unico, difficile allora da digerire per chi vedeva nell’Unione Sovietica l’unico faro del progresso. I partiti comunisti europei, in prima fila quello italiano, si schierarono con Mosca bollando gli insorti come controrivoluzionari. Non si accorsero di quel che stava accadendo: il primo atto della fine del loro sogno. Sogno che, già in quell’anno, gli ungheresi percepivano come un incubo.
Lei arrivò in Ungheria prima dell’ottobre ’56. Che tipo di paese immortalò?
Il problema della fotografia è che non è in grado di mostrare la repressione delle libertà. Quelle immagini mostrano un popolo che non vive nella paura, certo il paese era povero, l’agricoltura e l’industria rimanevano arretrate, ma quel che appare è un paese normale. Le immagini non bastavano a descrivere la vera situazione, perché parlando con la gente emergeva un disagio reale, più profondo. Questo malcontento emerse in modo più evidente nell’estate di quell’anno. Centro dell’espressione di questo malcontento fu il Circolo Petöfi, il centro culturale ambito di dibattiti sulla libertà e l’esigenza di una liberalizzazione dello Stato.
Che ricordi ha del Circolo Petöfi?
Il Circolo Petöfi era il luogo di ritrovo di molti intellettuali comunisti liberali che si autoconvocavano con il passaparola. Io partecipai all’incontro del 27 giugno 1956: il tema del dibattito era la libertà di stampa. Partecipavano lo scrittore Tibor Déry, lo scrittore comunista riformista Tibor Tardos, l’ex politico socialdemocratico appena scarcerato Árpád Szakasits, il filosofo György Lukács e molti altri, tra i quali il caporedattore di Szabad Nép, il giornale del Partito comunista. Appena tirai fuori la mia macchina fotografica, dalla platea si alzò la protesta del pubblico che non voleva che scattassi immagini. L’amico ungherese che mi accompagnava, uno dei leader degli universitari, salì sul palco e disse: «Stasera vogliamo parlare di liberalismo, vogliamo parlare di libertà, vogliamo parlare dell’importanza di una stampa libera e voi non volete i fotografi? Vergognatevi!». La gente al quel punto si calmò e io potei scattare le mie fotografie. Questo fu un segnale importante che, sono certo, fu notato dal caporedattore di Szabad Nép.
Cosa si disse in quel dibattito?
Fu una discussione molto dura, perché parlarono anche coloro che sostenevano la politica del partito. Molti degli intellettuali che allora parlarono a favore della libertà di stampa nei mesi successivi alla rivoluzione finirono in carcere, e qualcuno non ne uscì mai più. Ma ciò che mi sembrava chiaro era che nonostante l’argomento del dibattito fosse circoscritto alla libertà di stampa, in discussione c’era tutta la politica del regime. I dibattiti al Petöfi furono certamente l’inizio della rivoluzione.
Che scoppiò pochi mesi dopo quel famoso 23 ottobre.
Io arrivai a Budapest solo il giorno dopo, si incominciava già a sparare. La prima immagine che vidi fu quella di una libreria sovietica presa d’assalto. La vetrina era stata rotta e sulla strada c’erano cataste di libri in fiamme. In piedi sulla vetrina si trovava un uomo che declamava il Canto nazionale di Petöfi.
Che atmosfera si respirava in quei giorni?
Di grande euforia: si pensava ‘il peggio è finito, ora incomincia un altro mondo’. Poi le strade si riempirono di cadaveri. Sì, ma sulle strade rimasero solo i corpi dei russi coperti dalla calce. Gli ungheresi portarono via i loro caduti con camion coperti da drappi neri.Ci furono anche alcuni linciaggi di agenti dell’Avo, la polizia segreta. Alcuni agenti dell’Avo scampati alle sparatorie furono linciati e impiccati a testa in giù. Nel 1996 in occasione di una grande mostra sulla rivoluzione, uno dei curatori del Museo nazionale ungherese, che aveva passato sette anni in prigione, mi pregò di non inserire le immagini di quella giustizia sommaria. Non voleva, mi disse, che quelle fotografie diventassero l’icona della loro rivolta.

Lei ha fotografato i protagonisti della rivoluzione. Chi la colpì di più?
I due veri protagonisti furono Mátyás Rákosi, lo stalinista e Imre Nagy, il comunista delle riforme. Incontrai Nagy qualche mese prima dei fatti di ottobre. Mi ricevette a casa sua dove per un’ora intera parlammo di arte, di quadri, di paesaggi, di musica. Non mi volle dire nulla che riguardasse il futuro politico del paese. Tre mesi dopo divenne l’espressione politica dei rivoluzionari.
Lei è tornato a Budapest nel 1998 a rincontrare i superstiti della rivoluzione.
Sì, provai a invitare per un incontro una cinquantina di superstiti del Circolo Petöfi. Ne arrivarono la metà. Il luogo in cui allora si ritrovavano era diventato l’atrio principale della Bayerishen Landeshypothkenbank: marmo e lampadari di cristallo. Non era più la squallida stanza in cui si ritrovava il Circolo Petöfi. Ma fu un incontro molto triste: nessuno volle parlare della rivoluzione. Era un groppo di vecchi pieni di acciacchi che dopo i fatti del ’56 si erano persi di vista. Per loro la rivoluzione era un capitolo chiuso da quarant’anni, e nessuno aveva voglia di riaprirlo.
Che cosa ha voluto dire per lei essere testimone di questo grande evento storico?
Mi rendo conto di aver assistito a un evento unico. Era la prima volta che si verificava una vera e propria rivoluzione che nasceva spontaneamente dal popolo, senza che ci fosse qualcuno che la conducesse. Focolai di rivolta nacquero in tutto il paese in modo assolutamente spontaneo. E fu anche il primo atto della caduta del Muro di Berlino e la prima avvisaglia che l’Unione Sovietica era destinata a fallire. Gorbaciov arrivò decenni dopo, ma tutto era già contenuto nei fatti di Budapest nel 1956. Fu l’inizio della fine.

AIROLO GENNAIO 2007

COME I COMUNISTI ITALIANI FALSARONO LA STORIA DELLA RESISTENZA

INTERVISTA A GIANPAOLO PANSA
Giornale del Popolo, 19 dicembre 2006

Giampaolo Pansa è un giornalista di razza. Graffiante, caustico e scomodo. Scomodo, soprattutto, da quando si è messo a scrivere libri che raccontano la storia della resistenza italiana dal punto di vista di chi quella guerra civile l’ha persa. “Il sangue dei vinti” e “Sconosciuto 1945” sono stati grandissimi successi editoriali che hanno venduto centinaia di migliaia di copie. Ma come spesso capita a un grande successo si accompagnano anche grandi polemiche che su Pansa sono piovute proprio dalla sua parte politica. Titolari di cattedre universitarie, politici e giornalisti di sinistra hanno riversato su di lui una quantità di critiche (e insulti) che avrebbero stordito un bisonte. L’accusa? Quella, infamante, di “revisionismo”. Ma Pansa del revisionismo – da non confondere con il negazionismo, ovviamente – ne fa una medaglia al valore. Così ha deciso di rispondere a tutte le accuse e le critiche scrivendo un nuovo libro dal titolo “La grande bugia” (ed. Sperling & Kupfer).
Pansa, qual è la “grande bugia” a cui si riferisce?
La grande bugia non è, come qualcuno cerca di farmi dire per ragioni di propaganda, la Resistenza. Non sono così fesso: la Resistenza è sempre la mia “patria morale”, come dico nelle prime righe di questo libro. La grande bugia è il racconto assolutamente non più accettabile di quella che è stata questa grande prova di libertà e di democrazia che è stata la guerra di liberazione in Italia.
Non più accettabile? Perché?
Perché è un racconto troppo reticente e troppo falsato. In questo libro lo spiego con molta precisione e molti dettagli. È accaduto quello che succede sempre quando finiscono le guerre, soprattutto le guerre civili: uno vince, l’altro perde. Hanno vinto i partigiani e gli antifascisti, per fortuna aggiungo io, e hanno perso i fascisti. Poi a parlare sono stati solo i vincitori, mentre chi ha perso ha dovuto stare zitto perché gli è stato messo il sasso in bocca. Questa cosa non è durata solo un anno o due, ma è durata praticamente quasi sessant’anni. Parlando solo chi ha vinto, anzi il più forte tra i vincitori, il Partito Comunista Italiano, ne è uscita una storia autoritaria. Una storia in parte falsa: piena di pagine bianche, piena di omissioni, piena di mezze verità, piena di mezze bugie, piena di bugie totali, di storie non raccontate e di storie inventate di sana pianta. Dunque quello che è definito con una punta di disprezzo dagli agiografi della ricerca storica “il revisionismo” è un atteggiamento mentale assolutamente normale. Quindi non chiedermi se sono un revisionista, perché io sono un revisionista “ultrà”, nel mio dilettantismo. E penso che la storia della resistenza italiana sarebbe più accettabile, specialmente dalle nuove generazioni, se fosse più corretta. Se fosse meno scandalosamente faziosa e soprattutto se tenesse conto di tutti i fattori in gioco in quei venti mesi terribili.
Ma chi ha alimentato e ha avuto interesse ad alimentare questa bugia?
Come ho detto è stato il Partito comunista italiano. Perché il PCI aveva il problema di non potersi accreditare come partito nazionale e democratico se non riferendosi alla sua battaglia contro il fascismo.
In che senso?
Perché per il resto il PCI è stato un partito filosovietico legato agli interessi del comunismo internazionale, succube degli ordini che venivano da Mosca. E questo fin quasi alla caduta del muro di Berlino. E non poteva presentarsi con nessun’altra bandiera che non fosse quella dell’antifascismo. Ma l’antifascismo raccontato nel modo che faceva comodo a loro. Questa è una cosa talmente evidente a chi si occupa come me di storia del fascismo, anti fascismo e guerra partigiana, che non serve nemmeno dimostrarlo. Io comunque ho provato a dimostrarlo facendo una serie di esempi.
La sinistra ha reagito male ai suoi primi libri sulla resistenza a partire da “Il sangue dei vinti” passando per “Sconosciuto 1945”. In questo ultimo libro lei attacca direttamente l’atteggiamento della sinistra…
…non della sinistra: ho detto del PCI, perché la sinistra non è solo il PCI o gli eredi del PCI. La sinistra italiana come soggetto unitario non esiste più, esistono tante sinistre diverse e tutte in rotta tra di loro. Anche all’interno dei DS ci sono degli atteggiamenti diversi sulla storia stessa del partitone rosso. Quindi non è vero che tutta la sinistra è contraria ai miei libri, è contraria quella sinistra post-comunista riconoscibile in quei partiti che hanno ancora questa parola nei loro simboli, in una parte dei DS e poi in quei circoli di ragazzi, ahimè ignoranti, che sono i no global. Questi, in particolare, che pensano di poter fare qualunque cosa in nome della resistenza e non si rendono conto di essere i primi a tradirla e a smentirla con il loro atteggiamento intollerante, violento e pronto a menar le mani.
Ma a quest’ultimo libro che reazioni ci sono state?
La prima reazione è stata che in poco più di un mese è arrivato a nove edizioni per 350mila copie vendute. Questa accoglienza è stata al di là di ogni mia previsione e con decine di richieste di andare in giro per l’Italia a presentarlo. E ho potuto soddisfarne per ragioni di tempo la metà della metà. Poi se leggi l’Unità, se leggi Liberazione o se ascolti i discorsi dei Comunisti Italiani vedi che questo libro gli ha dato fastidio come una trave in un occhio. Però era scontato che avvenisse. Questi sono ancora inchiodati, per loro opportunismo partitico, a un’immagine della nostra guerra interna che non corrisponde a quella della verità storica. Certo, questi hanno rognato, ma se non avessero rognato mi sarei sentito nei guai.
Come si spiega invece il successo dei suoi libri precedenti?
Io non sono il primo che ha scoperto quello che è successo in Italia dopo il 25 aprile, ma sono stato il primo che l’ha raccontato in modo ordinato – sto parlando de “Il sangue dei vinti” uscito nel 2003 – coprendo quasi per intero l’Italia del Nord. Un testo così non c’era; c’erano tanti libri e libretti, oppure c’erano anche ricerche serie sulle varie zone, ma non c’era un racconto che riguardasse quella che poi è stata la patria della guerra di liberazione o della guerra civile. Era un libro che aspettavano sia i lettori di sinistra che quelli di destra. E soprattutto è stato accolto con un sospiro di sollievo da chi ha avuto parenti uccisi o scomparsi (perché sono tantissimi i casi di uccisioni senza il ritrovamento dei cadaveri) durante la fase successiva alla fine della guerra. E, bada, queste persone non sono mica tutti fascisti. Di questi molti hanno militato nella sinistra e sono diventati parlamentari di partiti di sinistra. Una persona mi ha detto che finalmente ha visto un autore che pur non appartenendo al loro mondo «ridava dignità ai loro morti». Questa frase mi ha molto colpito e mi risuona sempre nelle orecchie. In Italia si è abituati a una pubblicistica storica, per quel che riguarda la storia contemporanea, troppo legata al partitone e alle cattedre dei professori marxisti. La prima ragione del successo è stata che ad affrontare un tema tabù era un giornalista di sinistra, però laico, democratico, tollerante e antifascista. Se poi il successo è continuato per gli altri libri vuol dire che sono un autore credibile presso un pubblico molto largo.
Torniamo alla questione del revisionismo; in un’intervista ha dichiarato: «una sinistra riformista, se non è anche revisionista, che sinistra è?». Cosa intendeva?
Volevo dire quello che è chiarissimo. E cioè che se la sinistra che si dichiara riformista vuole riformare in senso moderno le strutture di questo Paese, la sua politica, la sua pubblica amministrazione, il suo bilancio, la sua economia, i suoi rapporti con i cittadini, deve per prima cosa leggere fino in fondo dentro la propria storia. Se no non è credibile. Faccio il revisionista fuori dal mio appartamento, ma nel mio appartamento invece dico che è sempre andato tutto bene? Mi rifiuto di vedere l’album di famiglia? Mi rifiuto di vedere cosa c’è negli armadi che mi hanno lasciato la nonna e poi la mamma e poi la zia? È assolutamente fatale questo. Questa è una mia opinione che sono pronto a discutere. Ma non so se è un’opinione anche dei capi dei partiti della sinistra riformista a cominciare dai leader dei DS. Questi leader la pensano esattamente come la penso io (lo so da colloqui privati), però non osano dirlo in pubblico perché hanno dei fatturati elettorali così striminziti che hanno paura di perdere il voto anche dell’ultimo partigiano dell’ANPI (Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani, ndr).
Scriverà ancora libri su questi argomenti?
Questo se lo sapessi non te lo direi. Perché per scaramanzia non annuncio mai i miei programmi prima di averli impostati e soprattutto prima di averli realizzati. Non è detto, stiamo a vedere. Come dicono gli spagnoli: “mañana”, domani.

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