A LONDRA PER GUARDARE DAVVERO LEONARDO

Settimana scorsa sono stato un giorno a Londra con Robe da Chiodi e Davide per vedere la mostra di Leonardo alla National Gallery, Kiefer da White Cube e rivedere Richter alla Tate.

Sulla mostra di Leonardo ha già scritto bene Robe da Chiodi e io non saprei aggiungere altro. Ecco, forse aggiungerei un grazie ad Arturo Galansino, uno dei curatori della mostra, che ha avuto la pazienza di accompagnarci tra le sale. Una delle cose più interessanti che ci ha raccontato è stata la pressione “politica” che talvolta ha percepito riguardo alcune opere che doveva schedare. Un aggettivo o un avverbio che metta in dubbio un’attribuzione a Leonardo può costare milioni di euro. Dico poi una cosa molto banale: al di là di tutti i difetti che può avere, una mostra del genere (irripetibile, probabilmente) costringe a mettere alla prova il pregiudizio positivo che si ha verso il genio di Leonardo. O meglio: riempire il pregiudizio positivo che ci portiamo dietro con un contenuto non frammentario. È facile infatti accostarsi a questi quadri sapendo già che sono capolavori, altra cosa è guardarli davvero lasciandosi stupire dalla loro – oggettiva – bellezza.

Leonardo, Study of clasped hands, seen so that the back of the right hand, National Gallery, 2011

Leonardo, Study of clasped hands, seen so that the back of the right hand

Leonardo, Study of a childs shoulders, seen from behind, about 1495, National Gallery, 2011

Leonardo, Study of a childs shoulders, seen from behind, about 1495

Leonardo, A right foot seen from above, about 1495, National Gallery, 2011

Leonardo, A right foot seen from above, about 1495

RICHTER, TRE RITRATTI PER LA PICCOLA BETTY

Gerhard Richter ha realizzato tre quadri che raffigurano la sua prima figlia Babette, detta Betty. I primi due sono del 1977, mentre l’ultimo del 1988. Il più famoso e il più amato è certamente il terzo (qui Robe da Chiodi ne propone un’interpretazione tanto audace e affascinante quanto legittima). Qui sotto li ripropongo in serie con i rispettivi fogli di Atlas che riportano le fotografie dai quali sono stati tratti. Il primo e il terzo sono esposti, ma in sale diverse, nella mostra “Panorama”, ora a Londra, poi a Berlino e Parigi (ne ho già scritto qui). Vederli così vicini fa un certo effetto. Non so spiegare quale, a dire il vero.  Posso dire però due cose. La prima è che si vede in tutti e tre lo sguardo di un padre. Ciascuno esprime un sentimento diverso con il quale, immagino, un padre sia confrontato. La seconda è che Richter usa (sono tentato di dire “inventa”) tre differenti modi nuovi di realizzare un ritratto. Io dico che il più difficile da sostenere è il primo, non solo perché siamo confrontati con lo sguardo diretto di Betty. Sul terzo, quello famoso, riporto un brano del bel saggio di Achim Borchardt-Hume nel catalogo della mostra (p. 164):

In marked contrast, Betty, is resolutely looking back, albeit with the strong implication that she will soon be looking forward. The painting exudes a deep sense of nostalgia. Richeter’s adolescent daughter turns away from her father’s attempt to freeze her appearance with his camera. By extension, she also turns away from the present-day viewer. The typical Richter blur softens the painting’s photorealism and heightens the motif’s romantic aura (not unlike a photograph taken with a soft-focus lens). At the same time, it mimics the temporality oh photography, which, as Roland Barthes so aptly demonstrated, always entails a sense of loss, if not death, of something irretrievably gone.

Betty, 1977, 30 cm x 40 cm, Oil on canvas

Betty, 1977, 30 cm x 40 cm, Oil on canvas

Betty 1977 50 cm x 40 cm Oil on canvas

Betty, 1977, 50 cm x 40 cm, Oil on canvas

Betty Richter, 1978, 36.7 cm x 51.7 cm, Atlas Sheet: 394

Betty Richter, 1978, 36.7 cm x 51.7 cm, Atlas Sheet: 394

Betty, 1988, 102 cm x 72 cm, Oil on canvas

Betty, 1988, 102 cm x 72 cm, Oil on canvas

Various Subjects, 1978, 51.7 cm x 66.7 cm, Atlas Sheet: 445

Various Subjects, 1978, 51.7 cm x 66.7 cm, Atlas Sheet: 445

Tutte le immagini sono tratte da www.gerhard-richter.com

LEONARDO E L’IMMACOLATA SECONDO ALESSANDRO BALLARIN

Nel numero di novembre della rivista Tracce, ho scritto questo articolo sulla grande mostra su Leonardo pittore in corso alla National Gallery di Londra.

The Virgin of the Rocks, Musée du Louvre, Paris

The Virgin of the Rocks, Musée du Louvre, Paris

Una mostra solo di quadri di Leonardo da Vinci non l’avete mai vista. Perché? Semplice: negli ultimi settant’anni nessuno è mai riuscito a farla. Ce l’ha fatta quest’anno la National Gallery di Londra che fino al 5 febbraio propone una retrospettiva sugli anni milanesi del genio italiano intitolata “Leonardo da Vinci, pittore alla corte di Milano”. I presititi sono da capogiro, tanto che per la prima volta nella storia verrranno esposte insieme le due versioni della “Vergine delle rocce”, quella del museo londinese e quella del Louvre. Un evento come quello di Londra sarebbe stato l’occasione per fare un punto sullo stato della ricerca su uno degli snodi decisivi della storia dell’arte del Rinascimento. A ridosso della mostra, tuttavia, uno dei maggiori studiosi di Leonardo, il professore padovano Alessandro Ballarin, ha pubblicato un’opera monumentale (quattro volumi per un totale di 1392 pagine di testo e altre 1389 di immagini a colori e in bianco e nero) intitolata, guarda caso, proprio “Leonardo a Milano”. Ballarin ha lavorato a quest’opera negli ultimi quindici anni riscandagliando i pochi documenti a disposizione degli storici e proponendo nuovi scenari e soluzioni a molti problemi che restano ancora aperti, ma soprattutto proponendo interpretazioni di opere con le quali nessuno aveva mai osato confrontarsi. L’esempio delle due versioni della “Vergine delle rocce”, sui cui ruota tutta la mostra di Londra, è emblematico. Ballarin non concorda affatto con quanto i curatori inglesi sostengono sulla storia delle due opere e propone una lettura assolutamente inedita del loro significato.
Secondo la mostra di Londra la “Vergine delle rocce” conservata al Louvre è stata la prima ad essere realizzata. Dipinta tra il 1483 e il 1486 e sarebbe stata dipinta per la cappella della Confraternita dell’immacolata concezione nella chiesa francescana di San Francesco Grande (nei pressi dell’attuale università Cattolica e abbattuta agli inizi dell’800). Dopo una controversia sui pagamenti, Leonardo avrebbe venduto questa versione e successivamente realizzato quella della National Gallery attorno al 1490 per sotituire la prima nella cappella della confraternita. Leonardo ricorre al tribunale di Milano perché la Confraternita francescana non avrebbe finito di pagare l’opera. Secondo i documenti dell’epoca la confraternita, da parte sua, sosteneva che il pagamento non era stato completato dal momento che l’opera non era considerata finita. Ma se le cose stessero così, come avrebbe fatto Leonardo a rivendere un’opera non terminata? E poi: se la seconda versione avrebbe dovuto sostituire la prima nella complessa ancona di San Francesco, perché le due tavole hanno misure diverse? Infine: perché l’artista avrebbe deciso di modificare la composizione della seconda versione anziché farne una replica fedele?

The Virgin of the Rocks, National Gallery, London

The Virgin of the Rocks, National Gallery, London

Ballarin dice: la prima tavola, quella del Louvre, non fu affatto realizzata per San Francesco, ma si tratta di un’opera dipinta nei primi anni del suo soggiorno milanese. Si tratterebbe di un “biglietto da visita” per il suo nuovo signore, Ludovico il Moro, pensato per l’abside della cappella palatina di San Gottardo in Corte, la chiesa che ancora oggi si trova dietro al Palazzo reale a Milano. Questa chiesa era stata costruita dallo zio del Moro, Azzone Visconti, e la sua struttura originale replicava, nell’abside, la pianta ottagonale del battistero di San Giovanni ad Fontes (quello maschile, dove Ambrogio aveva battezzato Agostino) e che era stato sacrificato per il cantiere del nuovo Duomo. Sembra quindi che nelle intenzioni di Azzone San Gottardo doveva diventare una nuova “ecclesia fontis”. Contemporaneamente, però, la chiesa era anche dedicata all’Immacolata Concezione, culto che era stato diffuso in Italia e in particolare a Milano dai francescani. Una pala d’altare per quella chiesa avrebbe quindi dovuto far convivere il tema del battesimo di Gesù e quello dell’Immacolata. E, a ben vedere, la “Vergine delle rocce” del Louvre sembra essere in grado di rispondere a questa difficile esigenza.
Leonardo, infatti, sceglie di partire da antiche tradizioni apocrife sulla vita del Battista che raccontavano che al ritorno dall’Egitto, Gesù e la Madonna si fossero recati a trovare il cugino Giovanni il quale invece aveva trovato rifugio dalla persecuzione di Erode in una grotta, che si era aperta miracolosamente dopo le preghiere di Elisabetta. Era una grotta che permetteva di vedere all’esterno senza esser visti: infatti nel quadro di Leonardo si scorge il magnifico paesaggio in cui scorre il Giordano. In quell’occasione, dicono gli apocrifi, Gesù rivela a San Giovannino il destino di entrambi. L’angelo a destra trattiene Gesù sul ciglio di una pozza d’acqua e, allo stesso tempo, volgendosi verso di noi attira la nostra attenzione con il dito puntato verso il Battista il quale è abbracciato dalla Vergine. Dice Ballarin: «Sul primo piano la pozza allude alla fons, alla vasca battesimale, alla promessa del battesimo di Cristo nelle acque del Giordano; la mano della Vergine è sollevata sopra la testa del figlio in segno di protezione al destino della passione del figlio. (…) La Vergine è colei che adotta il Precursore del figlio, ma è anche colei che teme per le sorti del figlio, che vive, nell’incontro dei due piccoli, la premonizione della passione del figlio, grazie alla quale la salvezza sarà restituita al mondo. Ella presiede all’incontro, lo patrocina; ella conosce il disegno divino, anzi ne è lo strumento; ella è colei che sa. Voglio dire che in questo quadro alla Vergine viene assegnato un ruolo centrale nel compiersi del disegno divino, nella redenzione dell’umanità attraverso l’incarnazione ed il sacrificio di Cristo».
Nulla di simile si era ancora visto: non a Firenze, e neppure a Milano. Un’immagine del genere ha una coloritura tutta francescana, impensabile senza tener conto della nuova sensibilità per il culto mariano frutto dell’accesissimo dibattito che i frati minori, guidati da Francesco della Rovere, generale dell’ordine e poi papa con il nome di Sisto IV, conducono contro i domenicani per l’affermazione della dottrina del concepimento immacolato della Vergine. E proprio Milano era uno dei fronti più accesi di tale disputa. Dice ancora Ballarin: «Si potrebbe dire che Leonardo ha inteso significare il concepimento immacolato della Vergine, la sua natura di creatura immacolata concetta, attraverso il ruolo che Dio le ha dato di corredentrice: quello che i teologi francescani di oggi direbbero il privilegio della corredenzione, cioè della cooperazione della Vergine nell’opera salvifica di Cristo, come prova del suo essere stata concepita senza peccato originale».
Solo cogliendo queste implicazioni teologiche possiamo comprendere l’interesse dei francescani milanesi per un tipo di immagine come quella del Louvre. È così molto probabile che colta la genialità della prima “Vergine delle rocce” – che a noi oggi appare sfumata perché non più partecipi della sensibilità dei contemporanei di Leonardo – la Confraternita dell’Immacolata Concezione abbia deciso di commissionare a Leonardo una nuova immagine che, partendo dalla struttura della prima, si concentrasse solo sul tema che stava loro a cuore. A quel punto a Leonardo non rimane che emendare la prima e acrobatica ingegneria iconografica dai riferimenti diretti al tema del battesimo. Nella tavola conservata alla National Gallery, dunque, non vengono riprodotti la pozza d’acqua in primo piano e il dito dell’angelo che indica San Giovannino. Gesù, il Battista, l’angelo e la Vergine qui formano una sorta di piramide che ha il suo fulcro proprio nella figura di Maria, imponente e matura, diversa dalla giovinetta fragile della prima versione. «Quella Vergine di Leonardo – scrive Ballarin – determinata nei gesti, sicura del proprio agire, ma fragile nei sentimenti, è veramente l’annunzio, il battesimo, di una nuova èra mariologica, aperta, in modi e tempi diversi, da due francescani, Giovanni Duns Scoto e Francesco Della Rovere». Lo studioso padovano arriva a dire che se il Medioevo è stato un periodo cristologico, soprattuto nei secoli XIII e XIV, la prima parte del Rinascimento è stata tutta per la Madonna. Forse, anche se furono anni difficili, Maria andava ad assumere un ruolo sempre più importante come madre del popolo cristiano.

Luca Fiore

GEORGE SHAW, IL GRANDE SCONFITTO AL TURNER PRIZE 2011

Ieri, in contemporanea con l’assegnazione del prestigiosissimo Flower Prize 2o11, si è svolta anche la premiazione del Turner Prize. Ha vinto l’artista scozzese Martin Boyce (anche l’anno scorso ha vinto un’artista scozzese: Susan Philipsz). Complimenti. Qui sotto un’immagine della sua istallazione:


Mi ha incuriosito la reazione dei due critici del Guardian: quella entusiasta di Adrian Searle e quella inviperita di Jonathan Jones. Searle definisce il lavoro Boyce “un’istallazione bellissima e sorprendente”, un inno alla purezza modernista. Jones, invece, si dice proprio incazzato per la sconfitta del pittore George Shaw, il suo preferito, e arriva a dire: “Per il mondo dell’arte respingere Shaw è una confessione della propria superficialità”. E continua: “È come se i giudici abbiano voluto dimostrare che Charles Saatchi ha ragione quando dice che c’è qualcosa di storto nel mondo dell’arte. La loro decisione di non far vincere il grande George Shaw è una rivelazione inquietante di quanto il panorama artistico britannico si sia allontanato dal vero cammino di profondità morale ed emotiva. Pochissimi artisti negli ultimi anni hanno affrontato così potentemente sentimenti così profondi ed enigmatici. Pochissimi hanno lavorato su un livello umano così diretto. Il verdetto? Lui è un ”conservatore”".

Allora: se Jonathan Jones non fosse stato già membro della giuria del Turner Prize, nel 2009, avrei liquidato la faccenda sotto la voce “Jean Clair e affini”. Eppure no so davvero. Guardando le immagini delle opere di Shaw, non so cosa pensare. Voi cosa ne dite?

Clicca per ingrandire le immagini.

The Black Prince, 1999

The Black Prince, 1999

George Shaw, Ten Shilling Wood, 2002

Ten Shilling Wood, 2002

George Shaw, No. 57, 1996

No. 57, 1996

George Shaw, Poets Day, 2005-6

Poets Day, 2005-6

George Shaw, The Assumption, 2010

The Assumption, 2010

George Shaw, Ash-Wednesday-7am-2004-5-001

Ash Wednesday: 7am, 2004-5

IL PRESTIGIOSISSIMO “FLOWER PRIZE 2011″ VA A URS FISCHER

Il vincitore del “Flower Prize 2011″ è Urs Fischer con l’opera “Untitled”.
Motivazione della giuria:

«Exegi monumentum aere perennius». Ho eretto un monumento più duraturo del bronzo (Orazio). Urs Fischer qui fa l’esatto contrario : realizza un monumento destinato a scomparire e non lasciare traccia. A sciogliersi non è solo l’arte del Giambologna, ma con lei si dissolve anche lo spettatore. Forse è l’attestazione di una resa, la pretesa che l’arte non sia più in grado di gettare un ponte al di là della morte e, forse, neppure oltre l’istante. La tirannia del tempo sembra avere la meglio e l’arte, così come l’uomo, si liquefà tornando allo stato di massa informe. «Cenere eri e cenere ritornerai». Un memento mori per l’uomo e per l’artista. Se neanche l’arte dura, che cosa dura veramente? Urs Fischer ci lascia con l’inquietudine di chi sa che i conti non tornano. Eppure davanti a quella colata a noi rimane come una certezza : quell’immagine si fisserà dentro di noi in modo indelebile. Per sempre.

 Qui trovate la lista dei finalisti e i criteri di selezione delle opere.

Venerdì 16 dicembre alle 16.00 al Bar Genzana di Via San Gottardo a Lugano ci sarà la consegna del premio (un assegno di 13,5 Franchi svizzeri).

LA VERSIONE DI SAATCHI E LA SECONDA SIGNORA RICHTER

Mentre la Tate Modern celebra Gerhard Richter, Charles Saatchi fa la sua mostra dedicata all’arte contemporanea tedesca: “Gesamtkunstwerk, New art from Germany”. Quello tra Saatchi e la Tate è un duello che dura ormai da due decenni e, secondo Jackie Wullschlager del Financial Times, ha visto il primo avere la meglio sulla seconda (Io non ne sono convinto: con la nascita della Tate Modern le cose sono cambiate).

La cosa curiosa è che tra gli artisti scelti dal collezionista c’è anche Isa Genzken, la seconda moglie di Gerhard Richter (si sposarono nel 1982 e divorziarono nel 1995). Isa Genzken non è un’artista qualunque (nel 2007 rappresentò la Germania alla Biennale di Venezia), ma mi sembra evidente che non regga in nessun modo il confronto con l’ex marito. Qui alcune immagini esposte alla Saatchi Gallery.

Isa Genzken, Bouquet, 2004

Bouquet, 2004

Isa Genzken, Mutter Mit Kind, 2004

Mutter Mit Kind, 2004

Isa Genzken, MLR, 1992 lacquer on canvas, 206 x 185 cm

MLR, 1992 lacquer on canvas, 206 x 185 cm

Isa Genzken, MLR, 1992, lacquer on canvas, 126 x 91.5cm

MLR, 1992, lacquer on canvas, 126 x 91.5 cm

ECCO LA SHORT LIST DEL PRESTIGIOSISSIMO FLOWER PRIZE 2O11

Eccoci qui con la terza edizione del prestigiosissimo Flower Prize. Nelle scorse settimane in molti hanno tradito impazienza nell’attesa della pubblicazione della lista dei finalisti di quest’anno. Dopo le prime due fortunate edizioni, vinte da Marc Quinn e Julia Krahn, il mondo dell’arte contemporanea vede nel Flower Price un indiscusso punto di riferimento per capire da che parte sta andando l’arte di oggi.

L’edizione di quest’anno alla formula ormai collaudata (entrano nella short list singole opere realizzate nell’anno in corso e viste di persona dal titolare di NONAME e il vincitore è decretato insidacabilmente dal titolare di NONAME) aggiunge novità eletrizzanti. La prima è che i lettori potranno tentare di condizionare la scelta del vincitore commentando questo post cercando di motivare la loro scelta. È una sorta di televoto in stile reality show, con la differenza che il parere del pubblico è squisitamente consultivo e non vincolante per la giuria di qualità. La seconda e più importante novità è che il parere della giuria potrà essere condizionato anche da tentativi di corruzione da parte degli artisti che potranno contattare il titolare del blog per tentare comprare la sua corruttibilità. In questo senso, a dispetto del nome del premio, il motto sarà: niente fiori ma opere di qualità.

Il vincitore sarà proclamato il 5 dicembre.

Ed eccoci alla short list 2011:

1) ANISH KAPOOR CON LEVIATHAN

anish kapoor, leviathan, paris, 2011

anish kapoor, leviathan, paris, 2011

2) ANDREA MASTROVITO CON FAMILY MATTERS

3) URS FISCHER CON UNTITLED

Urs Fischer, untitled, biennale di venezia, 2011

Urs Fischer, untitled, biennale di venezia, 2011

4) ELMGREEN & DRAGSET CON PLEASE DO NOT DISTURB

Elmgreen & Dragset, please do not disturb

5) PIPILOTTI RIST CON LOB OF THE LUNGPipilotti Rist - LOB OF THE LUNG - Milano, 2011

MASSAGNO

MASSAGNO

PARASIMPATICO, PIPILOTTI RIST INCANTA MILANO

A me le sue opere alla biennale erano piaciute molto, ma non erano in grado di restituire tutta la sua forza visionaria e poetica. L’artista svizzera Pipilotti Rist, in contemporanea alla grande mostra della Hayward Gallera & Visual Arts di Londra, presenta una mostra al ex cinema Manzoni ospite della Fondazione Trussardi e lo fa regalando a Milano una mostra che sarà difficile dimenticare.
Inutile aggiungere parole sopra le video-proiezioni di “Parasimpatico”. Io ho girato tre video e scattato qualche foto che restituiscono molto vagamente l’atmosfera che si respira sulla scala, nel foyer e nella platea del Manzoni. Un consiglio: non dimenticatevi di entrare nel bagno degli uomini.


Pipilotti Rist - Parasimpatico @ Cinema Manzoni, Milano

 

Pipilotti Rist - Parasimpatico @ Cinema Manzoni, Milano

 

Pipilotti Rist - Parasimpatico @ Cinema Manzoni, Milano

Pipilotti Rist - Parasimpatico @ Cinema Manzoni, Milano

 

Pipilotti Rist - Parasimpatico @ Cinema Manzoni, Milano

 

Pipilotti Rist - Parasimpatico @ Cinema Manzoni, Milano

FATE PRESTO. ANDY WARHOL E IL SOLE24ORE

La prima del Sole24ore del 10 novembre 2011

Warhol e la serigrafia della prima del Mattino del 26 novembre 1980

Christian Caliandro su Artribune ricorda che il titolo a caratteri cubitali utilizzato oggi dal quotidiano di Confindustria è la citazione di quello fatto dal Mattino il 26 novembre del 1980 in occasione del terremoto in Irpinia (Roberto Napoletano, direttore del Sole viene proprio dal Mattino). Quella prima pagina fu presa da Andy Warhol per farne una serie di serigrafie giganti. Proprio la circostanza che originò il titolo dell’80 e il fatto che Warhol la assunse come icona mi fa pensare che il titolo del Sole sia fuori misura. Non foss’altro se si pensa ai circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e 2.914 morti di allora.

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