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PADIGLIONE DI RAVASI ALLA BIENNALE? ANCORA NEI PENSIERI DI DIO

Gianfranco Ravasi, padiglione vaticano biennale di veneziaIl cardinal Gianfranco Ravasi ha annunciato la sua intenzione di portare un Padiglione della Città del Vaticano alla Biennale di Venezia ormai qualche anno fa. Previsto per l’edizione del 2011, fu posticipato a data da destinarsi. Forse nel 2013. Quando gli chiesi informazioni nell’autunno del 2010 mi rispose che non c’erano i tempi tecnici per arrivare pronti al 2011. Ma da come parlava sembrava che l’idea ci fosse, ma fosse difficile da realizzare. La vera verità è che, a febbraio 2012, non sembra esserci neppure l’idea. Per ora sembra che il cardinale abbia riunito nel dicembre scorso un ipotetico comitato scientifico che potrebbe occuparsi del progetto. Ne farebbero parte Sandro Barbagallo, critico d’arte dell’Osservatore Romano, Micol Forti, direttore della Collezione d’arte contemporanea dei Musei vaticani, Francesco Buranelli, già direttore dei Musei vaticani e oggi segretario della Pontificia Commissione per i Beni culturali e padre Davide Dall’Asta, direttore della Raccolta Lercaro di Bologna. Il comitato, trapela da voci nei corridoi vaticani, in teoria dovrebbe occuparsi di realizzare le direttive suggerite da Ravasi. Ma sembra che in questo momento direttive non ce ne siano. Il gruppo di lavoro si sarebbe dovuto incontrare di nuovo a gennaio. Ma ai quattro le convocazioni non sono arrivate. Allo stato delle cose, dunque, oltre alle dichiarazioni via stampa di Ravasi non sembra esserci nulla di concreto. E il Padiglione vaticano alla Biennale resta un miraggio.

 

E fin qui la cronaca. Ecco invece tre possibili scenari che mi pare potrebbero realizzarsi:

 

1) Versione clerical del padiglione Sgarbi

È già stata collaudata l’estate scorsa in occasione della mostra per il sessantesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale di Benedetto XVI. Una lista di un centinaio di artisti che alternava grandi nomi, illustri sconosciuti e personaggi al di sotto di qualsiasi sospetto. Ogni artista dona un’opera di sua scelta. Nessuna preoccupazione di organicità.

VANTAGGI: Facile da realizzare. Poco costosa. Accontenta gran parte del sottobosco artistico romano legato a cardinali e monsignori di curia. Poche polemiche in ambito cattolico.

SVANTAGGI: Basso profilo mediatico. Critiche degli esperti del settore.

 

2) Versione art chic del portico dei gentili

È l’idea paventata nell diverse interviste dallo stesso Ravasi che ne sarebbe il vero curatore. Nomi di respiro mondiale come Bill Viola, Anish Kapoor, Yanis Kounellis. Un bel tema ampio e biblico (il libro della Genesi). Libertà assoluta per gli artisti. Poche opere, ma di impatto.

VANTAGGI: Copertura mediatica globale. Plauso degli esperti del settore, dei collezionisti che contano e un servizio di sei pagine su Vogue. Poter dire che la Chiesa è tornata ad essere un interlocutore per l’arte che davvero conta.

SVANTAGGI: Difficile da realizzare (convincere gli artisti a partecipare). Costoso. Assicurata l’ondata di critiche del mondo cattolico. Necessità di un giubbotto antiproiettile per poter girare nei palazzi vaticani.

 

3)  Versione cur(i)atoriale

 

Scegliere un curatore vero ma cattolico. Affidargli l’incarico di selezionare un gruppo ristretto di artisti di primo piano (da uno a cinque, non necessariamente di grido) in grado di mettersi in gioco in un progetto in cui il curatore possa dire davvero la sua. Quindi libertà dell’artista e libertà del curatore/committente. Come modello potrebbe essere presa l’esperienza dell’Evangeliario ambrosiano.

 

VANTAGGI: Possibilità di dire che la Chiesa è tornata a fare committenza a alti livelli. Discreto impatto mediatico.

SVANTAGGI: Difficoltà nel reperire un curatore vero ma cattolico senza innescare faide. Critiche sia da parte cattolica che da parte degli esperti di settore. Discreto impatto mediatico.

TARYN SIMON: FOTOGRAFARE L’INFOTOGRAFABILE

Hymenoplasty	 Cosmetic Surgery, P.A.	 Fort Lauderdale, Florida

Hymenoplasty Cosmetic Surgery, P.A. Fort Lauderdale, Florida

Transatlantic Sub-Marine Cables Reaching Land	 VSNL International	 Avon, New Jersey

Transatlantic Sub-Marine Cables Reaching Land VSNL International Avon, New Jersey

U.S. Customs and Border Protection, Contraband Room	 John F. Kennedy International Airport	 Queens, New York

U.S. Customs and Border Protection, Contraband Room John F. Kennedy International Airport Queens, New York

Taryn Simon è un po’ la Sofia Coppola della fotografia. Newyorkese, classe 1974, parentele importanti (è la cognata di Gwyneth Paltrow) e soprattutto: piace alla gente che piace (leggi: Gagosian). La segnalo per due motivi: il primo è che dà l’impressione di una maturità di sguardo sorprendente per la sua età, il secondo è che come pochi è riuscita nell’intento di fotografare l’infotografabile. Mi riferisco soprattutto a due lavori come An American Index of the Hidden and Unfamiliar (2007) – del quale alcuni scatti sono esposti nel padiglione danese della Biennale di Venezia, e Contraband (2010). Americanissima, anche nello stile di critica sociale che avanza con la sua opera, adotta il teutonico processo di catalogazione inventato da Bernd e Hilla Becher. Lo dimostra nell’ultimo lavoro A Living Man Declared Dead and Other Chapters esposto in questi giorni alla Tate Modern (fino al 2 gennaio 2012), nel quale fotografa sedici “bloodline”, immortalando i volti dei membri di famiglie svelando contemporaneamente le storie ad essi legate, come accade, appunto, nella storia indiana dell’uomo vivo dichiarato morto.

Qui la presentazione della mostra di Londra

Qui invece la presentazione di An American Index of the Hidden and Unfamiliar

TUTTI I FOTOGRAFI DI BICE

A questa Biennale di Venezia i fotografi non hanno dovuto fare salti mortali per interpretare il tema scelto da Bice Curiger, per il semplice motivo che si trovano per vocazione a manipolare la materia, la luce, che produce “Illuminazioni” nel senso più letterale (senza la N maiuscola). È come se giocassero in casa, insomma. La selezione fatta dalla curatrice svizzera non è stata per nulla scontata e quelli presenti al Padiglione centrale dei Giardini e all’Arsenale, pur non essendo i nomi più acclamati, sono fotografi importanti su cui val la pena soffermarsi. Di seguito propongo la mia personalissima classifica, con quale nota e/o promemoria.

1) JEAN-LUC MYLAYNE

Sarà perché ho appena finito di leggere “Freedom” di Jonathan Franzen, ma questo artista-birdwatcher non può che conquistare tutta la mia ammirazione. La sua ricerca sugli uccelli è completamente fuori moda, ma l’uso funambolico dello sfuocato e la raffinatezza della composizione suscitano come un fremito in chi presta un minimo di attenzione alle sei immagini scelte per l’Arsenale. Quel lampo di luce inattesa nella foto qui sopra è come se dettasse il senso a tutto il ciclo.

2) DAYANITA SINGH


Il suo “Dream Villa slide show” all’interno del parapadiglione di Franz West è una delle maggiori sorprese della Biennale. Questi bellissimi notturni a colori mostrano tutta la forza di una fotografa che ha costruito la sua carriera su un corpus in bianco e nero. Prima di entrare nella struttura di West, l’artista presenta un altro ciclo affascinante, “File Rooms”: immagini dal passato analogico nella super digitalizzata India. In “Dream Villa” la Singh ha il coraggio di prendere le distanze dalla retorica ritrattistica dei reportage sull’India e ci mostra il suo Paese così, senza persone, liberando tutta la poesia della solitudine di questi paesaggi urbani.

3) LUIGI GHIRRI


Dovrebbe essere al primo posto della classifica, ma ha il terribile svantaggio di non aver potuto scegliere lui le foto da portare alla Biennale. Voi direte: non ha senso parlare in questo modo nella Biennale che verrà ricordata come “quella di Tintoretto”. Già, però: guardate la stanza dedicata dalla Curiger a Sigmar Polke e poi andatevi a vedere quella allestita a Punta della Dogana. Qualcosa non torna. Sono convinto che se avessero chiesto a Polke quali quadri portare ai Giardini avrebbe scelto quelli indimenticabili di Pinault. Detto questo alcune delle foto di Ghirri sono da brivido. Vi propongo questa scusandomi di non riuscire a reperirne una versione più decente.

4) DAVID GOLBLATT


Le sue immagini sono ospiti del para-padiglione più riuscito, quello di Sosnowska. Sono presenti due “cicli”: uno di vedute dall’alto di luoghi di città sudafricane, l’altro di ritratti di criminali nei luoghi dove hanno commesso i deliti per i quali sono stati puniti. Devo dire che preferisco il primo al secondo: quel picnic nella periferia di Johannesburg è davvero un’immagine commovente (qui sopra).

5) ANNETTE KELM


C’è come una grazia, un ordine sottile che segna queste sue fotografie. Ma questo è tutto quello che so dire perché si tratta di un’artista troppo concettuale per una misera mente come la mia.

6) BIRDHEAD


Due giapponesi casinari. Non so se Araki sarebbe orgoglioso di loro.

TINTORETTO ALLA BIENNALE E LA TRINITÀ

Molti hanno detto della presenza delle tre tele di Tintoretto nel salone centrale del padiglione delle esposizioni ai Giardini. Ne ha parlato bene Giuseppe qui. Evidentemente tutti si sono concentrati, Bice Curiger per prima, nel sottolineare il rapporto che questi quadri avrebbero stabilito con le opere degli artisti contemporanei presenti in Biennale. Non so però se qualcuno abbia riflettuto sul rapporto interno a queste tre immagini. Io non so dire nulla con competenza sulla pittura di Tintoretto, ma noto una cosa legata ai soggetti scelti: i tre quadri delle biennale costituiscono un ciclo sulla Trinità.

  • Il Dio creatore di Tintoretto non è un motore immobile, è un creatore che sembra accompagnare le proprie creature, ed esse si muovono nella sua stessa direzione.
  • Il Figlio, è il Divino che entra nella storia. Gesù istituisce l’Eucarestia durante un banchetto concitato, in mezzo alla febbrile quotidianità della vita dei discepoli, molti dei quali non sembrano neanche accorgersi della solennità del momento.
  • Lo Spirito Santo è il permanere della presenza di Dio nella storia che tocca alcuni, i Santi, che più intensamente mostrano la loro vita cambiata e costituiscono i pilastri della Chiesa. Che poi il culto di questi Santi risulti talvolta roccambolesco è il segno che la Chiesa è fatta di uomini e con loro condivide le avventure più impensabili.



RAVASI ANCORA SULLA BIENNALE: NEL 2013 SPAZIO ALLA GENESI

L’ormai quasi-cardinale (è questione di giorni) Gianfranco Ravasi torna a parlare del padiglione vaticano alla Biennale di Venezia 2013. Lo fa in un’intervista a Roberto Beretta su Avvenire di oggi.
L’unico nome che torna ossessivamente è quello di Bill Viola. Non so se si era già parlato del tema della Genesi. Ecco il brano:

Lei aveva lanciato pure l’idea di un padiglione vaticano alla Biennale. Come mai non è stato fatto e che cosa avrebbe voluto metterci?
Sì, volevamo essere a Venezia già nel 2011 ma non siamo riusciti, e per due ragioni. Anzitutto la Santa Sede è tutto il mondo e quindi occorre scegliere gli artisti (pochi, 7 o 8, e non necessariamente credenti) dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina, oltre a un paio di europei; ne avevamo contattati alcuni, tra cui il buddhista americano Bill Viola, ma non ce l’avremmo fatta a garantire una rappresentanza davvero significativa. Seconda ragione: vorrei alzare la proposta al livello più alto possibile, mi piacerebbe instaurare un dialogo serio con l’arte contemporanea. In pratica, per la Biennale del 2013 chiederemo agli artisti di confrontarsi sui primi 11 capitoli della Genesi. So già che avremo puntato contro il mirino di tutti, quanti ci accuseranno di dar credito all’arte “degenere” e quelli che invece ci rimprovereranno una selezione troppo “religiosa”».

Diciamolo tuttavia: di arte sacra si parla da decenni, ma i risultati non soddisfano nessuno. Come mai?
«Abbiamo alle spalle – come disse Paolo VI nel 1964, nel famoso discorso agli artisti nella Cappella Sistina – un divorzio radicale, consumatosi soprattutto nel Novecento: da un lato una gerarchia che si è accontentata semplicemente del ricalco del passato (vedi il neoclassico, il neogotico, eccetera) o dell’artigianato; dall’altro lato l’arte contemporanea che se n’è andata per proprio conto ed è diventata autoreferenziale o provocatoria. La nostalgia del sacro è in qualche modo rimasta, però l’unico riferimento alla religione è divenuto polemico o dissacrante: vedi la rana crocifissa o altre performance del genere. Si torna sui segni sfregiandoli. Ma – senza temi alti e grandi narrazioni – anche l’arte “profana” si ritrova povera. E questo è il momento di ritessere il dialogo. Sì, ci manca dialogo, e anche coraggio».

L’intervista completa la trovate qui.

PADIGLIONE VATICANO ALLA BIENNALE? TUTTO RIMANDATO AL 2013

Riceviamo e pubblichiamo:

Pontificium Consilium De Cultura–Presidente <xxxxxxx@xxxxxxxxx.va>
a          Luca Fiore <lucafiore78@xxxxxxxx.xxx>
data     28 settembre 2010 15:23
oggetto Re: Biennale di Venezia? Tutto rimandato?

Gentile Luca Fiore,
il progetto è, in verità, in elaborazione e, come spesso accade, esige più tempo di quanto si fosse inizialmente immaginato, anche perché la S. Sede non ha un suo parterre di artisti nazionali, ma deve e vuole ricorrere a grandi artisti dei vari continenti ove la Chiesa è presente. E’, perciò, molto probabile che non si riesca ad essere pronti per il 2011, ma forse per il 2013.

Con viva cordialità
+ Gianfranco Ravasi arciv.

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