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TUTTI GLI SQUALI DEL SIGNOR DAMIEN HIRST (UN CENSIMENTO)

Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991

Damien Hirst, The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living, 1991

Sono stato alla mostra di Damien Hirst alla Tate Modern di Londra. È una mostra all’altezza sia della Tate sia di Hirst. Se potete, non perdetevela. L’opera più bella è anche la più famosa: The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (d’ora in poi per brevità TPIODITMOSL).

Di quest’opera Hirst ha parlato molte volte (l’ultima qui), ma una volta ha  spiegato: “Mi piace l’idea di qualcosa che descrive una sensazione. Uno squalo fa paura, è più grande di te, si muove in un ambiente a te sconosciuto. Sembra vivo quando è morto e morto quando è vivo”.

Nella mostra di Londra, però, gli squali esposti sono due. Il primo è, appunto, TPIODITMOSL. L’altro, più piccolo e in una teca nera, si intitola The Kingdom.

Per molti TPIODITMOSL è diventato il simbolo della follia dell’arte contemporanea, tanto che nel 2008 l’economista Donald Thompson ha scritto un libro tradotto in italiano col titolo Lo squalo da 12 milioni di dollari – La bizzarra e sorprendente economia dell’arte contemporanea. Thomson racconta per filo e per segno la genesi di TPIODITMOSL e rivela una serie di particolari abbastanza interessanti.

L’opera fu realizzata per la prima volta nel 1991 con i soldi di Charles Saatchi. “L’artista – racconta Thompson – aveva fatto alcune telefonate “Cercasi squalo” ad alcuni uffici postali australiani in località costiere, i quali avevano appeso dei cartelli con il suo numero di Londra”. A rispondere all’annuncio fu Vic Hislop, un pescatore di Hervey Bay, una località sull’Oceano Pacifico. Lo squalo fu pagato 6000 dollari: 4000 per la cattura e 2000 per imballarlo nel ghiaccio e spedirlo a Londra via nave.

vic hislop, shark for damien hirst

Vic Hislop alle prese con uno squalo nel 1992.

TPIODITMOSL fu esposta per la prima volta nel 1992 nella galleria privata di Saatchi. Quando però nel 2005, tramite i buoni uffici di Larry Gagosian, Saatchi vendette l’opera al finanziere americano Steve Cohen (si dice per 12 milioni di dollari), lo squalo si era completamente deteriorato. Hirst accettò si sostituire l’animale e chiamò di nuovo Vic Hirslop. Gli chiese altri tre squali tigre e un grande squalo bianco della stessa stazza e ferocia dell’originale. Hirslop, racconta Thompson, inviò a Hirst cinque squali, uno dei quali in regalo. (Qui l’articolo del Nyt che racconta la sostituzione di squalo)

Che fine hanno fatto gli altri quattro squali? In realtà io ne ho censiti almeno cinque. Eccoli:

The Immortal (1997-2005)

Damien Hirst, The Immortal (1997-2005)

The Wrath of God (2006)

Damien Hirst, The Wrath of God (2006)

Death Explained (2007)

Damien Hirst, Death Explained (2007)

Death Denied (2008)

Damien Hirst, Death Denied (2008)

The Kingdom (2008)

Damien Hirst, The Kingdom (2008)

Che io sappia poi, esiste almeno un’opera realizzata anziché con uno squalo, con un pesce-martello:

Fear of Flying (2008-2009)

Damien Hirst, Fear of Flying (2008-2009) Damien Hirst, Fear of Flying (2008-2009)

L’IMPORTANZA DI CHIAMARSI DAVID HOCKNEY

Sono stato a vedere “A Bigger Picture”, la mostra di David Hockney alla Royal Academy di Londra. Era l’ultimo giorno di apertura e ho dovuto fare un’ora di coda per entrare. Ma ne è valsa la pena. Mi hanno colpito alcune cose. Sintenticamente:

1) L’energia creativa che può avere un’artista a 75 anni. La forza di reggere le immense pareti della Royal Accademy con tele giganti o infinite serie di disegni uno diverso dall’altro. La controllata bulimia pittorica che si può permettere di ripetere uno stesso soggetto all’infinito senza per questo stancare chi guarda. È un’energia che due grandi (più grandi di lui) come Lucian Freud e Gerhard Richter mi sembrano non abbiano.
2) La questione dei disegni con l’iPad. Visto il risultato lo strumento mi pare assolutamente marginale. È vero: sono più belli visti su schermo piuttosto che stampati. Ma in fondo lo schermo è come una lightbox, un po’ un effetto speciale.

3) La polemica con Damien Hirst. È stato certamente un trucco promozionale (che ha funzionato). Ha funzionato soprattutto perché la mostra è bellissima. Al di là dell’argomento futile (Hockney fa le opere con le sue mani, Hirst no), avendo visto entrambe le mostre posso dire che questo match lo ha vinto Hockney. Bisogna dare a Hirst quel che è di Hirst: ha fatto delle opere che difficilmente si dimenticheranno. Tuttavia a questo punto della sua carriera mostra un momento di stanca (questo non vuol dire che la mostra della Tate non sia una grande mostra).

4) Mi colpisce come un’istituzione potenzialmente parruccona come la Royal Academy dimostri più coraggio della giovanilistica Tate Modern. Hockney dice che è stato contattato per questa mostra nel 2007 e che gli è stato chiesto chiesto esplicitamente di non fare una retrospettiva: volevano opere nuove. Se si va alla Tate Modern, invece, sembra che quella della retrospettiva sia una costante. Negli ultimi anni ho visto: John Baldessarri, Gerhard Richter, Yayoi Kusama e Damien Hirst. Tutti autori viventi a cui è stata chiesta una retrospettiva. Alle opere nuove era dedicata, sì e no, l’ultima stanza. È una scelta più che ragionevole per un’istituzione come la Tate, ma certamente meno coraggiosa. È vero anche che non tutti gli artisti hanno l’energia di Hockney.

5) L’ultima cosa che direi è questa: mi è capitato poche volte di uscire da una mostra d’arte contemporanea (e di pittura!) con il buon umore con cui sono uscito dalla Royal Accademy. Sarò forse sentimentale. Ma è stato come farsi una gita in campagna. Lontano dal “logorio della vita moderna”, direbbe la pubblicità del Cynar, guardando l’opera di Hockney si è costretti a una dimensione di contemplazione a cui non siamo abituati. Non so se sia un’arte da pensionati (ma comunque di altissimo livello). No, non penso sia questo. Certo fa impressione che ci sia una mostra così serena in questo cupo 2012.

Ecco alcuni disegni realizzati con l’iPad tratti dalla serie “The Arrival of Spring in Woldgate, East Yorkshire in 2011 (twenty-eleven)”:

DAMIEN HIRST: UNA MOSTRA A POIS, MA CHE BELLA NOVITÀ

damien hirst, spot paintings, gagosian gallery

Della folle mostra degli Spot Paintings di Damien Hirst nelle 11 gallerie di Larry Gagosian avevo parlato ad agosto qui. Secondo me tra tutte le pessime idee che che ha avuto Hirst questa è la migliore. In fondo questi quadri sono abbastanza innocui, un omaggio all’arte per l’arte. Avessi i soldi, uno di questi quadri io me lo appenderei volentieri in salotto. In fondo è facile abbinare con un divano dell’Ikea. Dico questo perché mi sembra ovvio che il vero Hirst non sia qui, ma altrove. L’ha spiegato bene Jerry Saltz su Art in America con un saggio intelligente che secondo me va al cuore della questione, in particolare quando scrive:

There’s a moment in the movie Blade Runner when Roy, the Nexus-6 replicant (a beautiful, nearly human android), finally finds the scientist-inventor who created him.  Roy asks what any of us might ask, could we confront our make:  why, after giving us life, do you have to take it away?  The slightly bemused scientist listens and then asks, “What seems to be the problem, Roy?” – to which Roy emphatically answers, “Death seems to be the problem! I want more life… fucker!”  In a nutshell, that’s what Damien Hirst’s work is all about – “more life.”

I MIEI APPUNTI SULLA FRIEZE ART FAIR 2011

I grandi assenti sono Damien Hirst e Jeff Koons. Erano anni che le loro opere la facevano la padrone degli stand delle gallerie più importanti. Quest’anno a Frieze Art Fair invece, no. Loro non ci sono e al loro posto in bella vista ci sono gli artisti del momento : Gerhard Richter, Ai Weiwei e Anish Kapoor. Il fatto è che questi ultimi nell’ultimo anno hanno presentato nuove opere di una certa importanza (il salto no-painting del tedesco, il Leviathan di Kapoor e la mostra alla Lisson per il cinese nominato numero 1 dell’Art Word da Art Review). I primi due no. Il 2011 per loro è stato l’anno del silenzio creativo (più per Koons che per Hirst, in verità) e così il mercato registra questa loro assenza. Le domande sono due : cosa staranno facendo di bello ? O meglio: di nuovo? Hirst riesce a far parlare di sé con gli Spot paintings (all’asta sia da Christie’s che da Sotherby’s e in mostra da White Cube), Koons invece sembra assente su tutta la linea. Tornerà o è andato in pensione come Cattelan ?

Pittura
Nell’anno del suo trionfo con la grande retrospettiva nei musei di Londra, Berlino e Parigi che lo incorona come il più grande pittore vivente, Gerhard Richter abbandona i pennelli. Almeno così sembra (parzialmente almeno) dalla mostra in corso da Marian Goodman a Parigi nella quale il pittore tedesco presenta delle grandi stampe digitali attraversate la mille strisce di colore parallele.  Per il resto la pittura non se la passa molto bene : nessuno ha il coraggio, la baldanza, la spregiudicatezza di fare quadri di grande respiro. Non è una novità certo. Ma quest’anno ho notato che a Londra la quantità di opere di pittura fosse più consistente rispetto agli ultimi due anni. Ci sono quindi questi due dati contrastanti : più pittura, ma più pittura stanca. Non è un caso che i due quadri più belli esposti in fiera fossero di due pittori morti : Jörg Immendorf e Sigmar Polke. Una nota : cosa succede con Cy Twombly ? Dalla fiera e dalle aste sono sparite le sue opere. Non così è per Lucian Freud. C’è un motivo ?

Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm.

Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm. (ndr : le righe nella realtà sono dritte).

Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.

Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.

Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.

Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.

Scultura e altro
Ma tornando a Frieze 2011: le due opere più forti (nel senso di provocatorie) sono del duo Elmgreen & Dragset. La prima mostra un bambino abbandonato in una culla davanti a una porta della camera 69 di un albergo fuori dalla quale è affisso l’avviso “please do not disturb”. La seconda riproduce un obitorio a grandezza naturale. Da uno degli scomparti d’acciaio spuntano un cadavere di donna coperto da un lenzuolo. Si vedono solo i piedi nudi e, accanto a essi, gli effetti pesonali della donna : una collana, un paio di scarbe e un Blackberry. Meno acuti di Cattelan, ma non meno ironici e spietati. Si rivede Nathalie Djurberg con una nuova animazione fatta per l’occasione. Non male. Ancora energica e immaginifica.

Elmgreen & Dragset

Elmgreen & Dragset

Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg

Fotografia
Oltre ai pittori anche i fotografi sono quasi sempre tedeschi. Cioè, sono tedeschi quelli che piacciono a me. Wolfgang Tillmans mi sembra tenere botta con alcuni pezzi belli anche se non innovativi (a lui perdono praticamente tutto), Andreas Gursky dà l’impressione che col passare del tempo sia sempre più compiaciuto. Di Thomas Ruff i galleristi hanno tirato fuori un paio di opere pixelate sull’11 settembre che non avevo mai visto (gli anniversari sono sempre gli anniversari). Taryn Simon c’è anche al Frieze (ha tenuto una conferenza giovedì), ma di lei vi parlerò in un altro post. Alla Biennale avevo notato la fotografa indiana Dayanita Singh e qui si conferma con un’opera molto interessante. Poi spopola Ryan McGinley con i suoi giovani nudi che fanno acrobazie in boschi illumninati da una irreale luce. C’è Darren Almond che mi è piaciuto molto. E infine l’intramontabile Luigi Ghirri. La presenza alla Biennale ci ha ricordato quanto sia grande. Mi pare sia l’unico grande nome italiano presente a questo Frieze.

Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.

Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.

Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.

Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).

JAY JOPLING: LA MONTATURA NERA CON IL GALLERISTA INTORNO

Martedì sera Jay Jopling ha inaugurato la nuova sede di Bermondsey Street (la terza a Londra) della sua White Cube: si tratterebbe del più grande spazio espositivo privato d’Europa. Ci sono stato. È davvero grande. Tutto bianco. E grande. Molto. Si sentiva ancora l’odore della pittura sui muri. Comunque l’Independent gli ha fatto un bel ritrattone dal titolo: “Jay Jopling: Big space, big art, big ego” sottolineando il fatto che qui tutti parlano di crisi del mondo dell’arte e questo ragazzone di 48 anni sembra non aver paura di niente e non lascia ma raddoppia.

L’intervista dà alcuni spunti tra il serio e il faceto (leggi: gossip) magari stranoti ma che val la pena ripetere in onore di JJ:

1) Figlio del barone Michael, esponente di spicco dei Tory, si appassiona all’arte durante gli studi a Eton leggendo il libro di Gilbert and George “Dark Shadow” (1974).

2) Negli anni ’80 ha una relazione con Maia Norman, una fashion designer. È lei a presentargli Damien Hirst. A conquistare Maia, però, è proprio Hirst che la sposerà e con lei avrà tre figli.

3) Fonda la galleria White Cube nel 1993. A ispirargli il nome è un libro dello scrittore e artista irlandese Brian O’Doherty  dal titolo “Inside the White Cube: Ideologies of the Gallery Space”.

4) Nel 1997 sposa l’artista Sam Taylor-Wood dalla quale ha due figlie. Nel 2008 divorziano pare a causa di un breve flirt che Joplin ha avuto con la cantante Lily Allen, 22 anni più giovane di lui e figlia di un suo caro amico, l’attore Keith Allen.

5) Dopo la sede storica di Manson’s Yard, nel 2000 apre quella di Hoxton Square, nel 2011 in Bermondsey Street e l’anno prossimo sarà la volta di Hong Kong.

Jopling con (da sinistra) Sam Taylor-Wood, Hugh Grant and Lulu

Jopling con (da sinistra) Sam Taylor-Wood, Hugh Grant and Lulu

Jay Jopling Tracey Emin

Con Tracey Emin

Ps: le mostre alla nuova sede di Bermondsey Street, nonostante i nomi, non sono nulla di che.

LA FOLLE MOSTRA DEGLI SPOT PAINTING DI HIRST DA GAGOSIAN

La parodia di Bansky degli Spot Paintings di Damien Hirst

La parodia di Bansky degli Spot Paintings di Damien Hirst

Il NYT riferisce che all’inizio dell’anno prossimo Damien Hirst appalterà in contemporanea tutte le undici gallerie di Larry Gagosian sparse per il mondo (Los Angeles, New York, Londra, Parigi, Ginevra, Londra, Roma, Atene e Hong Kong) per un’unica mostra dedicata ai suoi famigerati quadri a pallini, titolo: “Damien Hirst: The Complete Spot Paintings 1986-2011”.
Originariamente gli “Spot paintings” nascono come dipinti su muro realizzati direttamente nelle case dei collezionisti, successivamente l’idea è stata ripresa in diverse varianti e dimensioni (immensi quelli esposti alla grande mostra al Museo Oceanografico di Monaco). Hirst in passato aveva affermato che questi quadri erano tutti parte di un’unica grande opera concettuale senza fine. I dipinti sono stati realizzati da collaboratori e Hirst racconta che una volta la più brava di questi collaboratori nel momento di cambiare lavoro chiese di avere una di queste opere in regalo. Hirst le chiese come mai volesse uno di quei quadri visto che era più brava di lui a realizzarli, lei rispose: “Perché se li rifacessi io fuori di qui non sarebbero più degli Hirst”.
Come afferma The Art Market Monitor questa mostra, intitolata “complete spot paintings” dovrebbe chiarire uno dei misteri legati all’opera di Hirst: quanti Spot Paintings sono stati realizzati fino ad oggi? Si dice infatti che ne siano stati realizzati circa un migliaio, ma il NYT dice che in mostra ce ne saranno circa 300 e solo la metà saranno in vendita. Un’operazione simile seminerà il panico tra i collezionisti. Le opere che non saranno inserite in mostra (e nel catalogo che Gagosian ha annunciato) saranno infatti considerate dei falsi o giù di lì. Tutti i collezionisti, quindi, sgomiteranno per far inserire la propria. E se davvero si scoprirà che le opere del ciclo non sono mille ma trecento i prezzi, che oggi si aggirano tra i 100mila e 1,7 milioni, potrebbero anche triplicare. A dimostrare lo scompiglio creato dall’anticipazione del NYT sta il fatto che a meno di 24 ore dall’articolo Gagosian ha pubblicato un comunicato stampa sul suo sito alla fine del quale riporta con precisione tutti i recapiti delle sue gallerie con email e numero di telefono e per l’occasione ha creato un’email ad hoc per la mostra: spots@gagosian.com. Come dire: i collezionisti hanno già preso d’assalto i centralini…

Tra l’altro: Hirst sostiene che sta facendo realizzare uno Spot Painting con un milione di pallini e occorreranno nove anni per realizzarlo. Un’altra boutade delle sue?

LUI È RISORTO E ANCHE IO MI SENTO MOLTO MEGLIO

Buona Pasqua a tutti. Visto come sono andate le cose – dico quel che è accaduto il primo giorno dopo il sabato – possiamo tornare più serenamente su questioni controverse riguardanti la Settimana Santa che si era aperta, quest’anno, con il fattaccio accaduto ad Avignone dove cosiddetti “fondamentalisti cattolici” hanno danneggiato a colpi di martello l’opera “Piss Christ” di Andres Serrano esposta alla Galerie Lambert. Il sospetto che la vicenda più che a valutazioni artistiche sia legata a strategie politiche in vista delle vicine elezioni è abbastanza fondato. Va detto, però, che Serrano deve a quest’opera, la fotografia di un crocifisso immerso nell’urina, parte della sua celebrità visto che già negli anni 80 le polemiche varcarono le porte del Congresso americano. Eppure il “Piss Christ” non mi pare neanche la sua opera più scandalosa e di cattivo gusto (a me, ad esempio, dà più fastidio l’immagine della suora che si masturba).

Andres Serrano, Piss Christ, Avignone, 2011

Detto questo ci sono tre osservazioni interessanti da fare riguardo a questa vicenda:

1) In un’intervista a Liberation Serrano risponde così al giornalista che gli chiede del significato del “Piss Christ”:

“The artists do not tell the meaning of their pictures. If the meaning is that obvious, it is not art any more, it becomes propaganda. The crucifix is simply a common object, that we take for granted. It is minimal. If my work draws attention and creates a debate, it is also a good way to remind people of the horrors the Christ went through”.

2) Tempo fa, a chi gli chiedeva come mai gli artisti contemporanei insistessero sull’uso di simboli cristiani per le loro opere non proprio da sacrestia, Damien Hirst rispondeva:

“Prendiamo quei simboli perché sono gli unici simboli che abbiamo”.

3) Nelle sue conversazioni con Luca Doninelli, Giovanni Testori a un certo punto afferma:

“Non voglio dire che l’artista moderno non abbia dimenticato Dio. C’è chi l’ha dimenticato, chi non l’ha dimenticato, chi si dice ateo, chi no. Quello che voglio dire è che l’artista moderno non è riuscito a togliersi dai piedi Gesù Cristo”.

APPUNTI DA UNA GITA A FIRENZE PER VEDERE IL TESCHIO DI HIRST

Sono andato a Firenze anche per vedere “For The Love of God”, il teschio di Damien Hirst tutto tempestato di diamanti. A parte il fatto che sono capitato a Firenze il giorno dello sciopero generale dei musei e che dunque non sono riuscito quel che d’altro volevo vedere, la gita ha serbato delle sorprese positive. La prima è che il teschio è davvero un oggetto sensazionale. La qualità dell’esecuzione è altissima. Vederlo dal vivo spazza tutti – o quasi – i pensieri che si potevano avere prima. Le riproduzioni, mai come in questo caso, tradiscono l’originale visto dal vivo. L’altra sorpresa è Palazzo Vecchio, dentro il quale non ero mai entrato.
Ecco tre cartoline del dopo-teschio-di-hirst: Palazzo Vecchio, Firenze, 2010
Palazzo Vecchio, Firenze, 2010
Palazzo Vecchio, Firenze, 2010

FOR THE LOVE OF GOD, HIRST ENTRA A PALAZZO VECCHIO

Damien Hirst, For the love God, Palazzo Vecchio, studiolo di Francesco I, FirenzeDomani inaugura a Firenze a Palazzo Vecchio, nello studiolo di Francesco I de’ Medici, l’esposizione di “For the love of God” di Damien Hirst.

Un paio d’anni fa sul Giornale del Popolo di quest’opera avevano parlato Francesco Gesti e Davide Dall’Ombra. Scrissero cose interessanti come queste:

Francesco Gesti: Hirst è anche quello che ha tenuto impegnato un gruppo di esperti in giro per le cave del mondo alla ricerca dei diamanti più puri che poi, nelle mani di orafi, sono stati incastonati in un teschio di platino che gioca alla morte una beffa nel lusso estremo: For the Love of God ha il primato di essere l’opera d’arte contemporanea con i costi di realizzazione più alti della storia.

Davide Dall’Ombra: Bisogna dire che opere come queste hanno naturalmente un forte carattere provocatorio, ma che il loro significato non si limita a questo, lui stesso ha l’ambizione di mettere le persone di fronte alle “questioni fondamentali della propria vita”, di fronte alle quali non si sente in grado di dare risposte “eterne”, ma solo obbligato a farle emergere quali sono, ossia domande sempre aperte, questioni eterne, appunto. E, proseguendo nella stessa intervista di Robert Ayers, alla domanda di quale siano queste questioni eterne, Hirst, citando un’opera di Gauguin, non lascia dubbi: «Da dove veniamo? Chi siamo? Dove stiamo andando? Penso siano queste le grandi questioni dell’arte e molti artisti si pongono queste domande e cercano di dare ad esse una parvenza di risposta, qualche suggerimento per trovarla…» e non mi sembra una dichiarazione da poco, anche perché stare di fronte a queste domande porta Hirst ad amare ancora di più la vita e il suo lavoro: «Ma alla fine della giornata, anche l’arte non può che dire: “Non è grande la vita?!”. Questo è il massimo che si possa ottenere dall’arte».

L’intero dialogo lo trovate qui.

MARINO MARINI INCONTRA DAMIEN HIRST DA CHRISTIE’S

Marino Marini - Damien Hirst - Christie's October 2010Conoscevo un po’ come lavorano quelli di Christie’s da quanto scritto da Sarah Thornton. Ma questa mattina, nella loro sede di Londra, ho capito davvero che questi hanno davvero delle idee. Venerdì prossimo (15 ottobre 2010) ci sarà l’asta d’arte contemporanea e quella d’arte italiana. Bene, qui sopra vedete come era allestita la sala principale dell’esposizione dei lotti. In primo piano un “Cavaliere” di Marino Marini (1955), alle sue spalle “I am become death, shattered of worlds” di Damien Hirst (2006). A parte il fatto che non avevo mai visto nulla di più bello fatto da Hirst, trovo che il cortocircuito con Marini funzioni benissimo. In realtà funziona proprio perché non si tratta affatto di cortocircuito, ma di un sapiente contrappunto tra due linee di canto commensurabili. Il dialogo tra le due opere è al contempo scenografico, poetico e sconvolgente. Al di là del prezzo a cui verranno battute (scrivono che Hirst sia in caduta libera, vedremo come andrà), la scelta dei curatori di Christie’s ci lascia comunque un’ipotesi critica sui cui chi ne sa potrà lavorarci.
Detto questo se venerdì qualcuno mi dotasse di qualche milione di sterline mi presenterei alla casa d’aste con un altro obiettivo: “Zwei Bäume” di Gerhard Richter (1987) che vince il premio “No Name 2010” per il miglior pezzo messo all’asta nell’anno in corso. Ci sarebbe anche un altro colpo fenomenale fa fare, però questa volta alla prossima asta di New York, i cui quadri sono esposti in questi giorni a Londra. Si tratta di “Zwei Kerzen” sempre di Richter (1982). Altra cosa sull’asta di New York: se volete aggiudicarvi “No.18 (Brown and Black on Plum)” di Mark Rothko del 1958, andate a vederlo di persona, perché a me ha dato l’impressione di essere in uno stato di conservazione non esaltante.
Ultima curiosità: all’asta d’arte italiana c’è anche la divertente serie di Gabriele Basilico “Conctat” del 1978.

Marino Marini
Cavaliere
1951 (1955)
1’400’000-2’000’000 euri

Damien Hirst
I am become death, shattered of worlds
213,4×533,4cm
2006
2’900’000-3’900’000 euri

Gerhard Richter
Zewi Bäume
62×62 cm
1987
900’000-1’300’000 euri

Gabriele Basilico
Conctat
1978 (2006)
24 parti
34’000 – 45’000 euri

Gerhard Richter
Zwei Kerzen
150×100 cm
1982
12’000’000 – 16’000’000 dollars

Mark Rothko
No.18 (Brown and Black on Plum)
203×208 cm
1958
9’000’000 – 11’000’000 dollars

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