Posts Tagged ‘Gerhard Richter’

RICHTER, TRE RITRATTI PER LA PICCOLA BETTY

Gerhard Richter ha realizzato tre quadri che raffigurano la sua prima figlia Babette, detta Betty. I primi due sono del 1977, mentre l’ultimo del 1988. Il più famoso e il più amato è certamente il terzo (qui Robe da Chiodi ne propone un’interpretazione tanto audace e affascinante quanto legittima). Qui sotto li ripropongo in serie con i rispettivi fogli di Atlas che riportano le fotografie dai quali sono stati tratti. Il primo e il terzo sono esposti, ma in sale diverse, nella mostra “Panorama”, ora a Londra, poi a Berlino e Parigi (ne ho già scritto qui). Vederli così vicini fa un certo effetto. Non so spiegare quale, a dire il vero.  Posso dire però due cose. La prima è che si vede in tutti e tre lo sguardo di un padre. Ciascuno esprime un sentimento diverso con il quale, immagino, un padre sia confrontato. La seconda è che Richter usa (sono tentato di dire “inventa”) tre differenti modi nuovi di realizzare un ritratto. Io dico che il più difficile da sostenere è il primo, non solo perché siamo confrontati con lo sguardo diretto di Betty. Sul terzo, quello famoso, riporto un brano del bel saggio di Achim Borchardt-Hume nel catalogo della mostra (p. 164):

In marked contrast, Betty, is resolutely looking back, albeit with the strong implication that she will soon be looking forward. The painting exudes a deep sense of nostalgia. Richeter’s adolescent daughter turns away from her father’s attempt to freeze her appearance with his camera. By extension, she also turns away from the present-day viewer. The typical Richter blur softens the painting’s photorealism and heightens the motif’s romantic aura (not unlike a photograph taken with a soft-focus lens). At the same time, it mimics the temporality oh photography, which, as Roland Barthes so aptly demonstrated, always entails a sense of loss, if not death, of something irretrievably gone.

Betty, 1977, 30 cm x 40 cm, Oil on canvas

Betty, 1977, 30 cm x 40 cm, Oil on canvas

Betty 1977 50 cm x 40 cm Oil on canvas

Betty, 1977, 50 cm x 40 cm, Oil on canvas

Betty Richter, 1978, 36.7 cm x 51.7 cm, Atlas Sheet: 394

Betty Richter, 1978, 36.7 cm x 51.7 cm, Atlas Sheet: 394

Betty, 1988, 102 cm x 72 cm, Oil on canvas

Betty, 1988, 102 cm x 72 cm, Oil on canvas

Various Subjects, 1978, 51.7 cm x 66.7 cm, Atlas Sheet: 445

Various Subjects, 1978, 51.7 cm x 66.7 cm, Atlas Sheet: 445

Tutte le immagini sono tratte da www.gerhard-richter.com

LA VERSIONE DI SAATCHI E LA SECONDA SIGNORA RICHTER

Mentre la Tate Modern celebra Gerhard Richter, Charles Saatchi fa la sua mostra dedicata all’arte contemporanea tedesca: “Gesamtkunstwerk, New art from Germany”. Quello tra Saatchi e la Tate è un duello che dura ormai da due decenni e, secondo Jackie Wullschlager del Financial Times, ha visto il primo avere la meglio sulla seconda (Io non ne sono convinto: con la nascita della Tate Modern le cose sono cambiate).

La cosa curiosa è che tra gli artisti scelti dal collezionista c’è anche Isa Genzken, la seconda moglie di Gerhard Richter (si sposarono nel 1982 e divorziarono nel 1995). Isa Genzken non è un’artista qualunque (nel 2007 rappresentò la Germania alla Biennale di Venezia), ma mi sembra evidente che non regga in nessun modo il confronto con l’ex marito. Qui alcune immagini esposte alla Saatchi Gallery.

Isa Genzken, Bouquet, 2004

Bouquet, 2004

Isa Genzken, Mutter Mit Kind, 2004

Mutter Mit Kind, 2004

Isa Genzken, MLR, 1992 lacquer on canvas, 206 x 185 cm

MLR, 1992 lacquer on canvas, 206 x 185 cm

Isa Genzken, MLR, 1992, lacquer on canvas, 126 x 91.5cm

MLR, 1992, lacquer on canvas, 126 x 91.5 cm

RICHTER ALLA TATE, PENSIERI SU UNA MOSTRA INDIMENTICABILE

Quella di Gerhard Richter alla Tate Modern è una mostra indimenticabile. Lo sapevo già prima di andarci, visto che si tratta della prima grande antologica sul pittore tedesco, eppure la conferma non è stata priva di sorprese. Indimenticabile perché la grandezza di Richter ha lo spazio per dispiegarsi nonostante i limiti che un allestimento come quello della Tate, inevitabilmente, porta con sé.
La mostra ha un andamento didattico, giustamente cronologico, ma rinuncia o non è stata capace, laddove era possibile, a far deflagrare alcune questioni esplosive insite nell’arte di Richter. Diciamola così: secondo la distinzione che Giovanni Agosti mutua da Pasolini, quella alla Tate è una mostra di prosa e non di poesia.
Faccio quattro esempi: il primo è nella seconda sala, quando il rapporto tra “Herr Heyde” (1965) e “Tante Marianne” (1965) non è affatto valorizzato. Il primo quadro, infatti, rappresenta l’arresto del responsabile della politica eugenetica del regime nazista, mentre il secondo è la riproduzione di un immagine in cui Richter bambino è tenuto in braccio dalla zia Marianne, vittima proprio di quella politica. I quadri sono esposti a poca distanza, ma come se tra loro non ci fosse nessuna relazione diretta.

Nella settima sala, invece, sono esposti “Kerze” (1982) e “Schädel” (1983). I curatori, nella loro presentazione della stanza, dicono bene che siamo difronte a una sincera meditazione sulla “vanitas”. Eppure i due quadri non sono accostati e sono posti in punti non strategici (nel catalogo invece le due immagini sono accostate).

In catalogo sono riportati una serie di quadri del 1995 relativi alla nascita dell’ultimo figlio di Richter: una serie commovente di otto immagini che sono un grandioso inno alla maternità. Bene: in mostra non ci sono. Immagino ci saranno a Berlino o a Parigi. Peccato non averli visti dal vivo.

Ultimo: il quadro “September” (2005) nell’ultima stanza è esposto come uno tra gli altri come se non si trattasse di una delle sfide più azzardate con cui Richter si sia confrontato negli ultimi dieci anni.

Ecco invece le cose che mi sono piaciute.

La prima stanza con il primo quadro “ufficiale” (CR:1) tratto da un’immagine di un tavolo trovata sulla rivista Domus. Un quadro che ha dentro di sé il destino di tutta l’opera di Richter.


Lo straordinario “Neger (Nuba)” (1964) tratto da una foto di Leni Riefenstahl che è il primo photopainting a colori in mostra.


Il fatto che i curatori insistano molto sulla riflessione “in opera” che Richter svolge sulla pittura e il suo rapporto decisivo con l’opera di Duchamp.

Grande il trittico delle tre nuvole “Wolken” (1970).

Alcuni quadri astratti scelti sono davvero da capogiro come quello del 1997 (CR:849-2).


E infine: la stanza più clamorosa è quella dedicata al ciclo “Oktober” del 1989. Per intensità, maestria e portata storica.

Un ultima cosa: quel che mi colpisce di più leggendo le interviste di Richter è la sua insistenza a sottolineare il suo orientamento anti-ideologico che, a tratti, appare a sua volta ideologico. La sua volontà di andare contro corrente sempre lo ha portato, paradossalmente, a svolgere il ruolo di paladino della forma d’arte che durante l’ultimo secolo è stata data tante volte per morta: la pittura. Il suo metterne in luce i limiti (come nel corpo a corpo con l’Annunciazione di Tiziano) lo ha portato a scoprirne le frontiere e allo stesso tempo il valore di mezzo di comunicazione contemporanea. Il fatto che ancora oggi, a ottant’anni, Richter continui a dipingere e a inventare cose nuove (vedi la mostra in corso a Parigi) dimostra che questo lavoro di ricerca non è ancora finito.

I MIEI APPUNTI SULLA FRIEZE ART FAIR 2011

I grandi assenti sono Damien Hirst e Jeff Koons. Erano anni che le loro opere la facevano la padrone degli stand delle gallerie più importanti. Quest’anno a Frieze Art Fair invece, no. Loro non ci sono e al loro posto in bella vista ci sono gli artisti del momento : Gerhard Richter, Ai Weiwei e Anish Kapoor. Il fatto è che questi ultimi nell’ultimo anno hanno presentato nuove opere di una certa importanza (il salto no-painting del tedesco, il Leviathan di Kapoor e la mostra alla Lisson per il cinese nominato numero 1 dell’Art Word da Art Review). I primi due no. Il 2011 per loro è stato l’anno del silenzio creativo (più per Koons che per Hirst, in verità) e così il mercato registra questa loro assenza. Le domande sono due : cosa staranno facendo di bello ? O meglio: di nuovo? Hirst riesce a far parlare di sé con gli Spot paintings (all’asta sia da Christie’s che da Sotherby’s e in mostra da White Cube), Koons invece sembra assente su tutta la linea. Tornerà o è andato in pensione come Cattelan ?

Pittura
Nell’anno del suo trionfo con la grande retrospettiva nei musei di Londra, Berlino e Parigi che lo incorona come il più grande pittore vivente, Gerhard Richter abbandona i pennelli. Almeno così sembra (parzialmente almeno) dalla mostra in corso da Marian Goodman a Parigi nella quale il pittore tedesco presenta delle grandi stampe digitali attraversate la mille strisce di colore parallele.  Per il resto la pittura non se la passa molto bene : nessuno ha il coraggio, la baldanza, la spregiudicatezza di fare quadri di grande respiro. Non è una novità certo. Ma quest’anno ho notato che a Londra la quantità di opere di pittura fosse più consistente rispetto agli ultimi due anni. Ci sono quindi questi due dati contrastanti : più pittura, ma più pittura stanca. Non è un caso che i due quadri più belli esposti in fiera fossero di due pittori morti : Jörg Immendorf e Sigmar Polke. Una nota : cosa succede con Cy Twombly ? Dalla fiera e dalle aste sono sparite le sue opere. Non così è per Lucian Freud. C’è un motivo ?

Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm.

Gerhard Richter, Strip (CR 921-1), 2011, Digital print mounted between aluminium and perspex (Diasec) in two parts, 200x440cm. (ndr : le righe nella realtà sono dritte).

Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.

Jörg Immendorf, untitled, 2006, oil on canvas, 250x300cm.

Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.

Sigmar Polke, Siberian meteorites, 1988, artificial resin on polyester fabric, 300x255cm.

Scultura e altro
Ma tornando a Frieze 2011: le due opere più forti (nel senso di provocatorie) sono del duo Elmgreen & Dragset. La prima mostra un bambino abbandonato in una culla davanti a una porta della camera 69 di un albergo fuori dalla quale è affisso l’avviso “please do not disturb”. La seconda riproduce un obitorio a grandezza naturale. Da uno degli scomparti d’acciaio spuntano un cadavere di donna coperto da un lenzuolo. Si vedono solo i piedi nudi e, accanto a essi, gli effetti pesonali della donna : una collana, un paio di scarbe e un Blackberry. Meno acuti di Cattelan, ma non meno ironici e spietati. Si rivede Nathalie Djurberg con una nuova animazione fatta per l’occasione. Non male. Ancora energica e immaginifica.

Elmgreen & Dragset

Elmgreen & Dragset

Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg

Nathalie Djurberg

Fotografia
Oltre ai pittori anche i fotografi sono quasi sempre tedeschi. Cioè, sono tedeschi quelli che piacciono a me. Wolfgang Tillmans mi sembra tenere botta con alcuni pezzi belli anche se non innovativi (a lui perdono praticamente tutto), Andreas Gursky dà l’impressione che col passare del tempo sia sempre più compiaciuto. Di Thomas Ruff i galleristi hanno tirato fuori un paio di opere pixelate sull’11 settembre che non avevo mai visto (gli anniversari sono sempre gli anniversari). Taryn Simon c’è anche al Frieze (ha tenuto una conferenza giovedì), ma di lei vi parlerò in un altro post. Alla Biennale avevo notato la fotografa indiana Dayanita Singh e qui si conferma con un’opera molto interessante. Poi spopola Ryan McGinley con i suoi giovani nudi che fanno acrobazie in boschi illumninati da una irreale luce. C’è Darren Almond che mi è piaciuto molto. E infine l’intramontabile Luigi Ghirri. La presenza alla Biennale ci ha ricordato quanto sia grande. Mi pare sia l’unico grande nome italiano presente a questo Frieze.

Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.

Wolfgang Tillmans, Faltenwurf (grey), 2011.

Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.

Wolfgang Tillmans, Onion, 2010.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007.

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).

Taryn Simon, The Wailing Wall, Jerusalem Minu Israel, Latrum, Istrael, 2007 (didascalia dell’opera).

DA VEDERE IL FILM DI CORINNA BELZ SU GERHARD RICHTER

Sono riuscito a vedere (in una saletta della sede di Christie’s di Londra) quasi tutto “Gerhard Richter painting” della regista tedesca Corinna Belz di cui avevo scritto qualche giorno fa. Il documentario è molto bello e vale la pena guardarlo. In Germania qualcuno l’ha rimproverato perché non riesce ad andare al fondo dell’opera del pittore tedesco e lascia il commento a un molto ellittico Richter. È vero, è così. Chi volesse letture approfondite vada a leggersi i libri di Robert Storr e lasci perdere questo film. Anzi no, se lo guardi lo stesso perché mostra forse la cosa più importante di R.: il modo in cui lavora. Il grande merito di questo documentario è quello di mettere, per la prima volta forse, una telecamera alle spalle del maestro che lavora. Così si può vedere un molto energico quasi-ottantenne in camicia azzurra che spalma il colore su una mega-spatola larga quanto la tela per poi trascinarla a due mani dall’alto in basso sul quadro. La mega-spatola prima stende il colore, poi in un secondo momento lo toglie creando quello stupendo effetto tipico dei quadri di R. Il maestro sembra lavorare a due quadri per volta: forse per permettere agli strati di colore di asciugare parzialmente. In un caso prende due quadri già iniziati e li ricopre di bianco per ricominciare da zero. I due collaboratori assicurano: è impossibile prevedere quel che farà. Se gli si danno dei pareri, si può star certi che farà il contrario. Un giorno di un quadro dice: “ci siamo”, il giorno dopo “è da buttare”.

Ma la cosa più bella del film sono le lunghe sequenze silenziose che mostrano i momenti di lavoro in cui a farla da padrone sono sì i movimenti del pittore, ma soprattutto il suono del colore che viene trascinato sulla tela: simile al fruscio di un vento gagliardo.

P.s.: alla Tate per “Panorama” vado venerdì, vi dirò.



ARTISTI CINESI TOP SELLER, ECCO CHI SONO

Alla conferenza stampa di presentazione della mostra di Gerhard Richter alla Tate Modern, il grande pittore tedesco rispondendo a una domanda ha detto che il mercato dell’arte è “assurdo quanto la crisi bancaria” ed è “impossibile da capire ed è sciocco”. Qualcuno gli fa notare che è facile dire così da parte di uno che nel 2010 è stato il primo degli artisti viventi a comparire nella classifica dei 500 artisti che hanno venduto di più nelle aste di quell’anno (è al 16° posto con 192 opere vendute per 62milioni di dollari – nb: non sono soldi che sono andati in tasca a lui, ma ai venditori e alle case d’asta).

Detto questo è abbastanza impressionante dare un’occhiata ai nomi in cima alla classifica stilata da artprice.net. Non ci sarebbe nulla di stupefacente, ma io mi stupisco lo stesso: tra i primi dieci artisti della classifica 4 sono cinesi (gli altri sono in ordine: Picasso, Andy Warhol, Giacometti, Matisse, Modigliani, Lichtenstein). Io, nella mia immensa ignoranza, non ne ho mai sentito parlare. Non so voi. Io comunque me li segno. Un giorno, magari, ci metterò la testa per conoscerli e capirli.

Qi Baishi (齊白石, 齐白石, 1864-1957)

Secondo classificato dopo Pablo Picasso e prima di Andy Warhol, nel 2010 sono state battute 914 sue opere per un valore di 339 milioni di dollari.

Qi Baishi (齊白石, 齐白石, 1864-1957) Qi Baishi (齊白石, 齐白石, 1864-1957) Qi Baishi (齊白石, 齐白石, 1864-1957)

Zhang Daqian (張大千, 张大千, 1899-1983)

Quarto classificato tra Andy Warhol e Alberto Giacometti. 795 opere vendute per un valore di 304 milioni di dollari.

Zhang Daqian (張大千, 张大千, 1899-1983)

Zhang Daqian (張大千, 张大千, 1899-1983)

Zhang Daqian (張大千, 张大千, 1899-1983)

Xu Beihong (徐悲鴻, 徐悲鸿, 1895 – 1953)

Sesto classificato dietro Alberto Giacometti e prima di Henri Matisse. 248 opere vendute per un valore di 176 milioni di dollari.

Xu Beihong (徐悲鴻, 徐悲鸿, 1895 - 1953) Xu Beihong (徐悲鴻, 徐悲鸿, 1895 - 1953)

Fu Baoshi (傅抱石, 1904-1965)

Nono classificato tra Amedeo Modigliani e  Roy Lichtenstein. 203 opere vendute per un valore di 125 milioni di dollari.

Fu Baoshi (傅抱石, 1904-1965) Fu Baoshi (傅抱石, 1904-1965)

Fu Baoshi (傅抱石, 1904-1965)

DUE TEDESCHI E IL DUOMO DI MILANO

Oggi sono stato a Milano per l’ingresso nella diocesi del nuovo arcivescovo Angelo Scola. È stata una di quelle occasioni in cui si capisce bene perché il duomo esiste e perché è così bello. Vi propongo quattro immagini realizzate da due grandi artisti tedeschi che ne hanno subìto il fascino.

Gerhard Richter, Meiland Dom, 1964

Gerhard Richter, Mailand Dom, 1964

Gerhard Richter, Cathedral Square, Milan Domplatz, Mailand, 1968

Gerhard Richter, Milan Domplatz, 1968

Thomas Struth, Duomo di Milano (Facciata). Milano 1998

Thomas Struth, "Duomo di Milano, facciata", 1998

Thomas Struth, “Duomo di Milano, interno”, 1998.

Thomas Struth, “Duomo di Milano, interno”, 1998

LA STAMPA TEDESCA SCETTICA SUL FILM SU GERHARD RICHTER


La stampa tedesca non fa sconti al film di Corinna Belz “Gerhard Richter Painting” dedicato all’opera degli ultimi due anni del grande pittore tedesco presentato sabato al festival del film di Toronto. A segnalarlo è Artforum che cita gli articoli di Die Zeit e della Süddeutsche Zeitung. Il primo parla addirittura di un “misunderstanding di 73 minuti” accusando la Belz di considerare Richter come il miglior interprete possibile della propria opera. La Süddeutsche, invece, valorizza il documentario soltanto per i lunghi piani sequenza nei quali viene ritratto il pittore all’opera. Se è difficile valutare la prima sentenza senza aver visto il film, sulla seconda invece bastano i brani contenuti nel trailer qui sotto per dire che almeno per quell’aspetto il film è da non perdere. Ora occorrerà capire quando e come sarà possibile vederlo.

SAVE THE DATE: GERHARD RICHTER ALLA TATE MODERN

Gerhard Richter, tate modern, london 2011

Gerhard Richter, Reader, 1994

Segnatevi queste date: 6 ottobre 2011  –  8 gennaio 2012. È inutile che fate quella faccia… no no no… non ditemi poi che non lo sapevate e che non avete fatto in tempo ad organizzarvi… Perché sarà certamente una mostra da non perdere quella di Gerhard Richter alla Tate Modern di Londra annunciata come la più importante retrospettiva degli ultimi vent’anni del grande pittore tedesco nella capitale britannica. Ci saranno tutti i suoi cicli più importanti: i photo-paintings, i quadri sulla Baader-Meinhof, giù giù fino a September del 2005, il grande quadro sull’11 settembre.

Io ho già prenotato il volo. E voi?

CARO BABBO NATALE…

Caro Babbo Natale,
l’anno scorso ho scritto a Gesù Bambino chiedendogli qualche piccolo regalo di Natale. Il Bambinello, come al solito, ha voluto far di testa sua e così anziché un Cy Twombly o una foto di Wolfgang Tillmans ha deciso di portarmi un anno pieno di sorprese e nuovi amici. Quest’anno ho deciso di lasciar fare a Gesù quel che meglio sa fare senza provare a interferire. Ma siccome sono incontentabile ho deciso di insistere con te, in fondo ti hanno inventato apposta per le cose superflue. Eccone un piccolo elenco.
Buone Feste,
Luca

Ps: vedi di combinare qualcosa, se no l’anno prossimo scrivo alla Befana.

1) Andreas Gursky, Dortumund, C-Print, 307 x 223.3 x 6.2 cm (framed), 2009

1) Andreas Gursky, Dortumund, C-Print, 307 x 223.3 x 6.2 cm (framed), 2009

2) Gerhard Richter, Fextal, Piz Chapütschin, Oil on photograph, 10 cm x 15 cm, 1992

2) Gerhard Richter, Fextal, Piz Chapütschin, Oil on photograph, 10 cm x 15 cm, 1992

3) Hasselblad, CFi 4/150

3) Hasselblad, CFi 4/150

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